mercoledì 15 dicembre 2010

Il senso di certi riti svuotati

E anche questa volta i giochi sono fatti.
Anche questa volta il nostro adorabile saltafossi nazionale l'ha scampata per un pelo.
E a salvarlo dall'orlo del baratro, tra falchi, colombe, quaglie e quant'altro, hanno fatto la loro parte anche i signori Scilipoti e Calearo, regalo di Di Pietro e Veltroni; perché chi pensa che Silvio sia la causa di ogni male farebbe bene a dare di tanto in tanto un'occhiata al lerciume sepolto sotto il tappeto di casa propria.
Qualche anno fa, di persone come queste avremmo avuto se non altro la soddisfazione di dire che non le avremmo più votate o che non le avevamo votate affatto; avremmo potuto dire che avevano perso parte del loro elettorato; ci è stata tolta anche questa soddisfazione, per misera che fosse. Perché questi "signori" (come il resto del parlamento di cui fanno parte) non sono frutto della volontà del Popolo Sovrano (in questi giorni troppo spesso e a sproposito evocata) ma di una legge elettorale che fa del gioco di palazzo la propria pietra angolare.
In momenti come questi, molti mi chiedono come faccio a recarmi alle urne, io che ho sempre considerato il voto un dovere ancor prima che un diritto. E in questi giorni a dire il vero me lo chiedo anch'io.
La verità è che per me il voto è un rito. Un rito civile. Contrapposto ai tanti riti incivili di chiese, moschee e sinagoghe.
E forse il problema sta proprio qui, perché dal rito al comportamento condizionato il passo è breve.
Forse da qualche anno a questa parte, io voto allo stesso modo in cui certi cristiani vanno a messa.
Ti alzi la domenica mattina, ti segni e ti batti il petto senza fare troppa attenzione a quello che dice quel tipo vestito strano, senza chiederti cosa ci stia a fare quell'ebreo appeso al muro.
E magari, senza rendermene conto, io faccio altrettanto.
Mi alzo la mattina, entro nell'urna, barro il simbolo ed esco.
Perché l'ho fatto?
Perché è il mio dovere, perché è giusto, perché penso di contribuire alla vita pubblica del mio Paese, perché e quello che ci si aspetta da me...
E poco contano i mesi di riflessione che hanno preceduto quel giorno. Poco conta lo scempio che di quel gesto faranno i nostri rappresentanti eletti nei giorni che lo seguiranno.
L'unica domanda che resta è: quanto tempo ci vuole per trasformare un gesto sentito in un automatismo?
Ieri a Roma era guerriglia.
E ancora ti chiedi: a cosa abbiamo assistito?
Allo scoppio di rabbia di una generazione disillusa?
Alle provocazioni violente dei soliti facinorosi?
Quei ragazzi stavano dando sfogo alle loro frustrazioni o stavano facendo il gioco di qualcun altro?
Entrambe le cose o nessuna delle due?
E se invece stessero solo facendo ciò che ci si aspettava da loro? Se si stessero comportando secondo le nostre (e loro) aspettative? Agendo secondo schemi precostituiti, parte di un copione storico ormai impresso nelle nostre coscienze e nel nostro inconscio collettivo.
Questo libero arbitrio con cui ci riempiamo spesso la bocca è soltanto una scatola vuota?
Esiste davvero e forse siamo noi ad usarlo nel modo sbagliato?
O siamo forse solo criceti in una ruota?


Licenza Creative Commons
Quest' opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.

giovedì 4 novembre 2010

Piccolo post autocelebrativo (più o meno)

Da un paio di giorni a questa parte ho ripreso a scrivere su questo blog ("e sticazzi?" si chiederà qualcuno...). Cazzeggiando qua e là nella bacheca di blogger scopro la nuova funzione di statistiche, una sorta di Google Analytics integrata. Niente male...
La sorpresa più grande è venuta quando ho scoperto che tra le chiavi di ricerca che hanno condotto a questo blog risulta anche la frase "brani sacri consigliati da don giussani".
Provate a immaginare la mia faccia...


Preda dell'incredulità, non ho resistito alla tentazione di eseguire la ricerca io stesso e, meraviglia, ecco che alla seconda pagina di risultati spunta il link a questo post.


Ora non so che effetto vi faccia una simile scoperta (probabilmente nessuno) ma sapere che  là fuori, qualche povero ciellino stesse cercando il conforto del suo profeta e sia invece capitato sulle mie stronzate, mi sta facendo ridere da circa mezz'ora...


Licenza Creative Commons
Quest' opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.

martedì 2 novembre 2010

Trentacinque anni durati un'eternità

Il 2 Novembre 1975 moriva Pier Paolo Pasolini.
Sulla sua morte gravano ancora non pochi interrogativi, ma quello che in molti (me compreso) si staranno chiedendo in questi giorni è come avrebbe descritto lui l'Italia di oggi se quella notte di trentacinque anni fa non fosse stato selvagiamente massacrato presso l'idroscalo di Ostia.
Lui che attaccava l'anima nera di certi democristiani e rivendicava il diritto a scandalizzare.
Domanda vana e, ahime, senza risposta.
Non so cosa avrebbe detto dell'Italia di oggi ma so cosa diceva di quella di allora.
E tanto mi basta...







Licenza Creative Commons
Quest' opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.

lunedì 1 novembre 2010

Un paio di domande sulla democrazia rappresentativa

La legge Giolitti del 1912 diede il diritto di voto a tutti i cittadini maschi maggiorenni capaci di leggere e scrivere. Nel 1919 tale legge venne modificata estendendo il diritto di voto a tutti i cittadini di sesso maschile, analfabeti inclusi.
Questa "esplosione di democrazia" in un paese in cui il 35% della popolazione era analfabeta, poneva l'accento su uno dei problemi insiti nel concetto di suffragio universale: il parallelismo tra alfabetizzazione/istruzione e il diritto di voto; una popolazione ignorante non può avere la coscienza politica necessaria ad esprimere una preferenza in sede elettorale.
L'aumento della scolarizzazione dovrebbe nel frattempo avere, almeno in parte, risolto il problema, ma non si direbbe, visto che al 2005 risultava che il 12% dei cittadini italiani fosse analfabeta e che solo il 33% della popolazione possedesse un titolo di studio superiore alla licenza media.
Verrebbe quindi da chiedersi con che cognizione di causa vada a votare parte dell'elettorato italiano, ma la domanda è sostanzialmente retorica...
L'altro problema insito nel concetto di suffragio universale è di carattere prettamente numerico.
Alla fine degli anni 50 Aldous Huxley, nel suo Brave New World Revisited, rifletteva su come demografia e democrazia andassero in senso opposto. L'aumento della popolazione rischia di far apparire insignificante il proprio voto al singolo elettore, con il rischio di generare così una serie di distorsioni, prima tra tutte (ma non unica) quella dell'astensionismo.
Il concetto di democrazia così come viene inteso oggigiorno, nasce più o meno con l'illuminismo, come contraltare alle monarchie assolute. Scomparse le seconde, il contraltare naturale delle democrazie rappresentative divennero i regimi totalitari di qualsivoglia colore o confessione religiosa.
La caduta del muro di Berlino, ci ha reso testimoni della fine non solo di un regime totalitario ma anche di un sistema di pensiero. Il fatto che nel frattempo la democrazia rappresentativa sia sopravvissuta non significa necessariamente che rappresenti un modello migliore di quelli che ha soppiantato. A conti fatti potrebbe essere semplicemente una carcassa lasciata a marcire in uno scantinato, concepita come fu in tempi troppo lontani e diversi dal nostro per potervisi adattare senza qualche problema.
Senza andare troppo lontano, basta dare un'occhiata all'Italia.
Ha veramente senso il suffragio universale in un paese sempre più vecchio, in cui parte della cittadinanza adduce scuse sempre più variopinte per giustificare il proprio astensionismo e in cui le informazioni vengono spesso assunte in modo passivo?
Lungi dall'avere delle soluzioni, ci sono però un paio di domande su cui mi sorprendo a riflettere sempre più spesso.
Ha senso concedere il diritto di voto ad una persona che, avendo superato gli ottant'anni, ha ormai buona parte della propria vita alle spalle?
Ha senso concedere il diritto di voto ad un astensionista impenitente che metodicamente si astiene da qualunque chiamata alle urne?
Non sarebbe insomma il caso di cominciare a tagliare qualche ramo secco?
Di risposte onestamente non ne ho, altrimenti non sarei qua.
Mi sembra però ovvio che oltre a riaffermare la necessità assoluta di imporre una reale alfabetizzazione che vada al di là della semplice conquista di un diploma, sarebbe anche il caso che si cominciasse a riflettere sul significato dell'espressione "avente diritto".

Riferimenti


Licenza Creative Commons
Quest' opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.

sabato 2 ottobre 2010

Già che ci siete, contestualizzate pure questo...

Visto che il buon Silvio ci ha concesso la grazia di far cadere l'ultimo tabù tra l'altro debitamente contestualizzato dal sempre all'erta Rino Fisichella, al PDL sono subito corsi ai ripari, inviando a tutti gli iscritti un corso di Ars Oratoria per adeguare i propri standard retorici a quelli del Caro Leader.
Finalmente i segreti della retorica non saranno più appannaggio di illuminati pensatori quali Umberto Bossi, Roberto Calderoli e Maurizio Gasparri ma saranno alla portata di tutti.
Basta premere "Play"...



Licenza Creative Commons
Quest' opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.

venerdì 9 luglio 2010

Adoro i piani ben riusciti!


Ho sempre amato l'A-Team.
Dalle scuole elementari in poi non perdevo quasi mai una puntata.
Ai tempi del liceo, con il 486 di un amico ed una delle primissime versioni di Adobe Photoshop, io e tre miei amici facemmo addirittura un fotomontaggio in cui la mia faccia veniva sovrapposta (ovviamente...) a quella del mitico "Cavallo Pazzo" Murdock. Purtroppo di quel fotomontaggio si sono perse le tracce, scomparso nei meandri di chissà quale hard-disk in chissà quale computer...
Quando una decina di anni fa cominciò la moda di portare al cinema remake delle serie storiche della TV anni '80, non facevo che chiedermi quando si sarebbero decisi a portare Hannibal & Co. sul grande schermo, e finalmente ieri sera la mia domanda ha trovato risposta.
La visione stesa ha avuto (si può dire) un che di avventuroso, ma procediamo con ordine.
Pubblico in sala: otto persone (contate). Dopo un po' di musica e i trailer di rito, finalmente comincia il film.
Già dall'inizio il film di Joe Carnahan è un omaggio a certo immaginario televisivo anni '80. Il film infatti è a tratti rumoroso, pacchiano ed esagerato e sfida le leggi della fisica in modi talvolta illegali, detto in tre parole: un film perfetto!
A circa metà della proiezione, il film si ferma e si accendono le luci in sala.
Conversazione incredula tra me e il mio vicino di poltrona:

- Embè?
- Sarà l'intervallo.
- Ma erano anni che non lo facevano.
- Mah...

Partono i Carmina Burana.
Passano cinque minuti e in sala fa la sua timida comparsa la maschera (tra l'altro ragguardevolissima).
Passano altri cinque minuti. Colonna sonora: Moonlight shadow.
Mi avvicino alla maschera.

- Scusi signorina, ma c'è qualche problema?
- No, si figuri...
- Davvero?
- Sì, solo un piccolo inconveniente tecnico. Passeranno al massimo altri cinque minuti. Stia tranquillo.
- Sì, va bene, ma di preciso cos'è successo?
- Beh... Sì, ecco... Vede è caduta la bobina del secondo tempo e la pellicola sì è sparsa per tutta la sala proiezione. Comunque non si preoccupi, hanno quasi finito di riavvolgerla, il film riprenderà tra massimo cinque minuti.

Passano altri dieci minuti e, accompagnato da La Cavalcata delle Valchirie, esce finalmente il proiezionista madido di sudore.
Godendoci una lauta porzione di pop-corn, gentilmente offerta dalla direzione, ci beiamo della seconda parte del film.
Il porto di Amburgo esplode un paio di volte, una nave merci viene affondata a colpi di bazooka e il film finisce lasciando i nostri eroi nella ben nota condizione di eterni fuggitivi, non avendo potuto discolparsi dalle accuse che gli erano state ingiustamente mosse.
Cast tutto sommato azzeccato, anche se Quinton Jackson nel ruolo di "P.E." Baracus non mi ha fatto esattamente impazzire, ma la vera menzione d'onore va senz'altro al grande Sharlto Copley che mi ha regalato un Murdock assolutamente da antologia.
Riassumendo tutto in una parola: YEAH!


Licenza Creative Commons
Quest' opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.

domenica 30 maggio 2010

A Leuven non sanno tagliare la carne di cavallo

"Signora mi darebbe un chilo e mezzo di carne di cavallo? Mi raccomando mi faccia delle fettine belle sottili."
"Certo!"
Sarà che il mio olandese fa schifo ma ecco che mi vedo consegnare quattro fette dello spessore di circa tre dita.
Le guardo e chiedo: "Non si potrebbero avere un po' più sottili?", "Certo!" risponde cortese l'addetta al banco macelleria del Colruyt di Lombardenstraat (che tra l'altro parla anche italiano) e mi consegna in tutta risposta delle fette dello spessore di due dita...
Sorrido, ringrazio e me ne vado.
È sotto questi auspici non proprio eccellenti che iniziano i preparativi per il mio ultimo barbecue a Leuven. Se non altro il tempo è buono....
Alla fine anche la carne di cavallo non è niente male e a me personalmente al sangue non dispiace. Ed è così che, aperte le danze, tra merguez, spiedini, costolette al miele, birra, rum e quant'altro si conduce un barbecue della durata di circa sette ore che scrive la parola fine (almeno per adesso...) alla mia esperienza belga.
Che dire di quella giornata?
Il cibo era ottimo, il tempo stupendo e gli amici meravigliosi.
Che dire di questi due anni?
Che pur con i loro alti e bassi sono stati due anni stupendi, merito soprattutto della gente che ho incontrato, i cui nomi ometto così se non altro evito di dimenticarne qualcuno, tanto loro sanno chi sono...
Abbassando quindi i toni e volendo banalizzare un po' il tutto ecco quindi una piccola (e certamente incompleta) lista della spesa delle cose che mi mancheranno e che non mi mancheranno del Belgio.

Cosa mi mancherà?
  • Le birre trappiste
  • Lo stoofvlees
  • I frituur
  • La Oude Markt di Leuven
  • Il cyborg di Het Beloten Land
  • Le battute su clearwire e su e-leven
  • Tutti voi (sapete chi siete...)
Cosa NON mi mancherà?
  • Un certo imbecille ex-sessantottino amante dei gorilla e delle felpine North Face, convinto che io non capisca l'olandese (Indovinate di chi sto parlando?)
  • Il tè frizzante.
Manca qualcosa? Sicuramente sì, soprattutto nella prima lista, ma che volete, in questi casi è sempre così...
Adesso si preparano i bagagli, si lascia tutto in ordine e si cerca di capire quale sarà la prossima tappa. Sempre ammesso che non ci sia un viaggio di ritorno ma questo è ancora tutto da vedere...
Per il resto, grazie di tutto a arrivederci a tutti.
Dove, non si sa...


Licenza Creative Commons
Quest' opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.

mercoledì 19 maggio 2010

Vecchi e nuovi incubi


Saranno passati anni dall'ultima volta che ho visto un film horror.
Quando andavo alle scuole medie ne ero un accanito fruitore e non perdevo occasione per assaporare l'ultimo spauracchio hollywoodiano. Poi col tempo la passione è scemata, anche a causa della ripetitività delle trame e ora è già tanto se ne vedo uno ogni due o tre anni.
Tra i miei favoriti di sempre, c'era la serie di "A Nightmare on Elm Street", all'interno della quale ovviamente svettava su tutti il primo. Quando Krueger si chiamava Fred e non Freddy. Quando massacrava e terrorizzava le proprie vittime senza fare battute del cazzo. Prima che una serie infinita di sequel lo rendesse un simpaticone e aggiungesse alle sue origini una serie di particolari assurdi anche per gli standard di un film horror di fine anni 80.
Personalmente non sono mai stato un grande fan dei remake e soprattutto del modo ossessivo con cui ci vengono propinati oggigiorno, sintomo forse di una carenza di idee nell'industria cinematografica di massa, ragion per cui non contavo affatto di andare a vedere questo. Complice anche il fatto che a calcare i passi un istituzione come Wes Craven veniva scelto il pressoché sconosciuto Samuel Bayer, qui alla sua prima regia cinematografica.
Poi, a causa dell'ultimo numero di Wizard, scopro che il ruolo di Freddy Krueger verrà ricoperto da Jackie Earle Haley e, ahimè, non sono riuscito a resistere alla curiosità di scoprire cosa avrebbe fatto del mostro di Elm Street l'uomo che mi aveva già regalato quella magnifica interpretazione di Rorschach.
Ed è così che in una sala semideserta, mi sono goduto questa reinterpretazione di uno dei miti della mia giovinezza.
E sia chiaro che il verbo non è stato scelto a caso...
Il primo film era per molti versi un classico film horror anni '80 di cui rispettava i vari cliché, dal gruppo di adolescenti cui non crede nessuno alle cose che cominciano ad andare male subito dopo la prima trombata. Aveva il pregio di giocare molto sulla suggestione, Robert Englund si muoveva quasi sempre nell'ombra, il suo volto solo di rado appariva in piena luce. Questo espediente era in parte dovuto all'esigenza di nascondere la semplicità degli effetti prostetici dell'epoca, ma dava al film una certa tensione di fondo che in parte rimane ancora oggi.
Il nuovo film è fedele alla trama dell'originale senza però ricalcarne pedissequamente la storia, preferendo piuttosto la strada dell'omaggio e dei richiami; ora con un nome, ora con una battuta o con una scena.
Il primo Fred Krueger era un "lurido assassino di bambini" (per usare le parole di Marge Thompson) arso vivo da una folla di genitori furibondi dopo essere stato scarcerato per via di un cavillo.
Il nuovo Fred Krueger è un pedofilo, dato alle fiamme da un gruppo di genitori inferociti che preferisce farsi giustizia da sé pur di risparmiare ai propri figli il trauma di un processo (risparmiando magari a sé stessi l'onta di un'esposizione mediatica).
Ed è proprio attraverso il personaggio di Fred Krueger, ritratto magistralmente da un impressionante Haley, che il remake supera l'originale.
Nel nuovo film infatti i ragazzi indagano su Fred. Per riuscire a sconfiggerlo devono scoprire il suo passato, conoscere l'uomo prima del demone. Così facendo, mostrandoci come è morto, lasciandoci immaginare cosa possa aver fatto a quei bambini, il nuovo Nightmare rende Fred reale.
Il Fred Krueger di Jackie Earle Haley fa paura perché è un mostro umano prima ancora di essere uno spauracchio soprannaturale, poco importa come sia diventato un demone perché lo era già prima di morire.
Alla fine, viene fuori che ho fatto bene.
Jackie Earle Haley non solo è riuscito a farmi incuriosire di un film la cui visione non avrei altrimenti neanche preso in considerazione ma, grazie anche alla regia del misconosciuto Bayer, mi ha anche regalato un incubo che veramente merita di essere ricordato.
Speriamo solo che non ne vengano fuori altri sette seguiti...


Licenza Creative Commons
Quest' opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.

lunedì 17 maggio 2010

Facebook no more

Alla fine l'ho fatto. Mi sono sbarazzato del mio account su facebook.
Mi ero iscritto tre anni fa, invitato da un'amica da poco trasferitasi a Londra e all'epoca non avevo la minima idea di cosa fosse, come probabilmente non l'aveva la maggior parte delle persone che oggi lo usano.
Avevo pochissimi contatti, sostanzialmente perché quasi nessuno dei miei amici usava (o conosceva) facebook e perché questo non si era ancora trasformato nel vorace centro di attenzione mediatica che è diventato negli ultimi mesi.
A conti fatti, non ho nulla contro facebook. Non lo considero un attentato alla mia privacy, non penso sia l'origine di tutti i mali del mondo né mi creava problemi l'ammasso di minchiate di cui si era infarcito nel corso degli anni.
L'unica cosa che di tanto in tanto mi dava fastidio era la banalizzazione del concetto di amicizia che era in parte insito nella sua filosofia, ma alla fine neanche quello mi aveva creato troppi problemi. Se un branco di decerebrati pensa che basti cliccare il tasto destro del mouse per diventare amico di qualcuno, bontà loro, la cosa non mi tange.
Ho già espresso le mie considerazioni sui possibili effetti dissociativi della nostra massiccia presenza in rete e neanche allora avevo trovato delle ragioni per quello che sto facendo adesso, perché alla fine non ce ne sono.
Anche oggi, se cancello il mio account non lo faccio per questioni di principio ma per puro pragmatismo. Semplicemente negli ultimi mesi mi sono accorto che lo usavo sempre meno.
E allora perché non eliminarlo del tutto?
Detto, fatto.
Può sembrare quasi un ossimoro che io abbia preso una decisione simile in questi giorni in cui mi accingo a separarmi da un bel po' di gente, ma alla fine la cosa ha una sua forte logica interna.
La vicinanza tra due persone non è qualcosa che possa essere misurata. Non ha un valore numerico né tanto meno geografico. Suonerà banale ma ho sempre considerato irrilevanti le distanze geografiche. Ci vuole qualcosa di più di qualche centinaio di chilometri per separare le persone.
E allora non sarà certo un account su internet a fare la differenza...


Licenza Creative Commons
Quest' opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.

domenica 16 maggio 2010

Cronaca di una serata sudata

Venerdì 14 Maggio. In una Leuven semideserta per via di un finesettimana lungo, mi preparo psicologicamente alla mia serata a Brussel.
Non pago del fatto che la suddetta serata già si preannuncia alquanto impegnativa, decido di ingannare il pomeriggio andando con alcuni amici a vedere l'ottimo Robin Hood di Ridley Scott, film splendido sotto tutti i punti di vista. Il punto focale della mia attenzione non è comunque rivolto né alla sanguigna interpretazione di Russel Crowe né all'eterea bellezza della splendida Cate Blanchett. Nossignore. Il fulcro dell'intera giornata, l'evento che dà una ragione al mio alzarsi dal letto è il concerto dei Modena City Ramblers a Brussel.
Uscito dal cinema mi appresto ad una rapida cena e vado di corsa verso la stazione.
Ovviamente perdo il treno...
Prendo quello successivo e arrivo a Brussel Zuid alle 21:53, mancano appena sette minuti all'inizio del concerto.
Corro verso Vlogaertstraat e mi ritrovo di fronte un locale preso d'assalto da una massa di gente rimasta priva di biglietto. Guadagno infine l'entrata e mi ritrovo all'interno del locale stracolmo, già puzzo come una capra.
Grazie ad una sapiente combinazione di calci, scoregge e gomitate riesco ad avvicinarmi al palco appena in tempo per l'ingresso del gruppo. Si comincia subito con un pezzo storico - Tant Par Tacher - per poi passare ad alcune canzoni tratte dall'ultimo album e da lì ad un'alternanza di brani classici e recenti, in una serata sospesa tra militanza, folk e sagra rionale.
Il concerto entra nel vivo praticamente subito, grazie ad una band che non si risparmia affatto e ad un Davide Morandi che, pur con le sue differenze stilistiche, non fa affatto sentire la mancanza di Cisco Bellotti con il risultato che dopo neanche un'ora ho già perso quasi due chili sotto forma di sudore.
Difficile poi non farsi prendere dall'emozione quando il gruppo (accompagnato da tutta la sala) ha intonato "I cento passi", celebrando il da poco trascorso anniversario dell'omicidio di Peppino Impastato.


Trascorse come fossero minuti queste due ora sudate, il concerto finisce e io mi ritrovo a bere birra con dei perfetti sconosciuti discutendo di socialismo reale e lotta di classe (?!) salvo rendermi conto che sì è fatta l'una e mezza e che ho perso l'ultimo treno per Leuven. Riesco fortunatamente e rimediare, non so come né mi ricordo da chi, un passaggio in macchina e arrivo a casa intorno alle tre.
Stanco, sudato e con le orecchie doloranti.
Ma carico ed esaltato come non mi sentivo dalla fine del Priest Feast...



Licenza Creative Commons
Quest' opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.

mercoledì 12 maggio 2010

Preparativi...

Ho appena finito di scrivere un pezzo sulla morte di Silvio Berlusconi.
Sì lo so che non è ancora morto ma prima o poi dovrà pur togliersi dai piedi no? E allora io, un po' per esercizio di stile, un po' per scaramanzia e un po' per tenermi pronto, l'ho scritto.
Lo so, forse è ancora presto, ma bisogna stare all'erta. Prima o poi creperà. E quel giorni io sarò pronto.
A presto, almeno spero...


Licenza Creative Commons
Quest' opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.

mercoledì 5 maggio 2010

Faraway, so close

A volte per essere vicini non è necessario abitare a due passi.
Allo stesso modo non è necessario condividere lo stesso sangue (o alcuni tratti di DNA che di si voglia...) per essere fratelli.
Tornando dalla lezione di olandese, scopro che un mio fraterno amico conduce un programma su una radio online, mi connetto e lo sento salutarmi da quel di Catania.
Vicini anche se non abitiamo più a trenta metri di distanza. Fratelli anche se non abbiamo gli stessi genitori.
Qualche giorno fa riflettevo su come la recente espansione dei mezzi di comunicazione (soprattutto telematici) rischi di diluire la nostra presenza fino al punto di annullare la nostra identità. In effetti mi ero dimenticato di quanto questi stessi mezzi possano accorciare le distanze fin quasi ad annullarle.
Grazie mille a Salvo (sì, siamo addirittura omonimi...) per avermelo ricordato.
Lo so, questo post forse non si distingue per la sua profondità, ma che cazzo volete? Se aveste voluto qualcosa di profondo stareste leggendo Umberto Eco, no?

Colonna sonora della serata, "Stay" degli U2.



Licenza Creative Commons
Quest' opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.

Nove cose che forse non sapete su "L'Egitto prima delle sabbie"...

Nel 1978 Franco Battiato pubblica uno dei suoi lavori più ostici e sperimentali: "L'Egitto prima delle sabbie". A metà tra esercizio di stile e minimalismo il disco vendette pochissimo ma generò (quasi per scommessa) "L'era del cinghiale bianco" il cui brano eponimo è tuttora considerato uno dei più grandi successi del cantautore siciliano.
All'ascolto e alla produzione di quell'audace esperimento sono però legati una serie di eventi sconosciuta ai più e in parte tenuta a lungo nascosta.
  • 16 Ottobre 1979: In seguito all'ascolto accidentale del disco, cinque ragionieri di Carate Brianza forarono i propri timpani con dei chiodi da maniscalco.
  • 23 Giugno 1980: Durante un'esecuzione privata in vaticano, Giovanni Paolo II perde la fede. Decide comunque di rimanere al suo posto.
  • 13 Luglio 1983: La moglie dell'amministratore delegato della casa discografica Ricordi partorisce un vitello a tre teste.
  • 25 Dicembre 1985: Bettino Craxi regala una copia del disco a Sandro Pertini. Non si sono più rivolti la parola.
  • 13 Novembre 1990: Ascoltando il disco, Karlheinz Stockhausen accarezza l'idea (subito abbandonata) di darsi al porno.
  • 5 Aprile 1994: Kurt Cobain si ritira nella sua casa sul Lago Washington per ascoltare il disco in santa pace. Dopo cinque minuti, nel dubbio, si spara in bocca.
  • 17 Novembre 2000: Ascolto il disco per la prima volta. C'è bisogno che vi descriva gli effetti?
  • 30 Maggio 2005: Ascoltando il secondo brano dell'album, Giovanni Allevi ebbe 17 orgasmi consecutivi durante i quali compose il disco "Eruption". Giudicata troppo avventurosa, l'opera non verrà mai pubblicata.
  • 3 Marzo 2008: Magdi Allam riceve il disco, regalo di un anonimo ammiratore. Alcune settimane dopo si fa battezzare...
Oggigiorno l'opera in questione viene spesso utilizzata come avvertimento di morte presso gli ambienti più avanguardisti della criminalità organizzata.
Nel corso degli anni svariati gruppi di ricercatori hanno tentato, senza successo, di correlare l'ascolto del disco ai discorsi di Silvio Berlusconi, alle irregolarità del ciclo mestruale di un gruppo di suore carmelitane peruviane e all'infestazione di locuste verificatasi in Mauritania nel 1988.
Accostatevi a quest'opera con la dovuta cautela...


Licenza Creative Commons
Quest' opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.

lunedì 3 maggio 2010

Sintetizzando nuovi elementi con un aspirapolvere e un paio di mutande vecchie...

Cosa fa il primo maggio uno che non lavora? Semplice, va al cinema.
A vedere che? Iron-Man 2.
D'altronde le premesse ci sarebbero tutte: un cast di primo livello, una marea di materiale da cui si può costruire una storia più decente ed effetti speciali targati Industrial Light & Magic.
Insomma direi che si può fare.
Peccato che due ore dopo non ne sia più tanto sicuro...
Ma procediamo con ordine.
Il primo Iron-Man era un ottimo film che in un paio di ore era riuscito a mettere su pellicola le origini del personaggio, mantenendo tra l'altro una certa fedeltà al fumetto, e a dare il la al progetto cinematografico degli Avengers.
Viene in parte da pensare, vedendo questo secondo film, che il successo della prima pellicola sia giunto quasi inatteso in casa Marvel, perché per buona parte del film non ci si riesce a scrollare di dosso l'impressione che con questo seguito, regista e produzione abbiano cercato in tutti i modi di creare un prodotto che superasse in tutto il precedente.
E infatti buona parte del film ha addosso questo alone di esagerazione: inseguimenti pazzeschi, esplosioni incredibili, scene di lotta ai limiti dell'inverosimile e (udite, udite!) Tony Stark che sintetizza un nuovo elemento chimico nel proprio garage (letteralmente!) e direi che questa è la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Va bene che è un film di azione/fantascienza, va bene che Tony Stark è un genio, va bene la sospensione dell'incredulità ma direi che a tutto c'è un limite, e vedere un nuovo elemento sintetizzato con un apparato assemblato praticamente nel giro di un'ora direi che questo limite lo supera ampiamente...
Sia ben chiaro comunque che il film non è privo di pregi.
Le interpretazioni sono tutte ottime. Anzi, non fosse stato per Mikey Rourke, il personaggio di Ivan Vanko (maldestra unione della Dinamo Cremisi e di Whiplash) rischiava di apparire ancora più inconsistente di quanto già non appaia in alcuni momenti del film. Di sicuro poi, vedere Scarlett Johansson in uniforme attillata di pelle nera fa il suo bell'effetto.
La pellicola inoltre svolge egregiamente il ruolo nel preparare la strada al film dei Vendicatori (previsto per il 2012), Nick Fury/Samuel L. Jackson ha un ruolo maggiore, James Rhodes assume definitivamente il ruolo di War Machine, Tony Stark accetta ufficialmente di far parte dei Vendicatori, lo scudo di Capitan America compare in bela vista e, nella scena nascosta dopo i titoli di coda ormai tanto cara agli adattamenti supereroistici, l'agente dello SHIELD Phil Coulson trova il martello di Thor durante una accennata missione in Nuovo Messico.
Ecco, forse il problema principale del film è proprio questo. Diluita in tutti questi infiniti dettagli la storia si perde. Schiacciato tra un primo capitolo di ottima fattura ed un progetto cinematografico futuro a cui fare da apripista, Iron-Man 2 non riesce a trovare una propria identità.
Peccato.
Perché alla fine, per quanto ti sforzi, non riesci a togliergli di dosso quel sapore di occasione mancata.

P.S.: Per strano che possa sembrare, una volta tanto mi trovo d'accordo con Paolo Mereghetti. Bravo Paolo, vedo che poco a poco stai imparando...


Licenza Creative Commons
Quest' opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.

domenica 2 maggio 2010

Una lince ha liberato il mio portatile

29 Aprile 2010. Esce Ubuntu 10.04 LTS, quella che, stando a quanto si dice, dovrebbe essere una delle migliori release di sempre.
Sì lo so, lo dicono sempre, ma gira voce che stavolta sia proprio così.
Nel corso degli anni di distribuzioni ne ho provate veramente un bel po' e Ubuntu è quella con cui mi sono trovato meglio.
Questa potrebbe forse essere la volta buona che mi levo Windows dai piedi...
E sì, perché il mio problema è sempre stato questo. Grazie a Steve Jobs e al suo cazzo di iPod Touch mi sono sempre visto costretto a tenere Windows a meno di non dovermi produrre in improbabili salti mortali, ma una delle tanto decantate nuove caratteristiche dell'ultima release di Ubuntu è proprio il supporto nativo per iPod Touch, il che accende di speranza il mio cuore di nerd.
Cominciano dunque i soliti riti preparatori:
  • Back-up dei dati presenti in hard-disk
  • Attesa spasmodica del rilascio dell'immagine ISO
  • Creazione dell'USB avviabile
  • Installazione
Dal momento che il mio portatile comincia ormai ad avere una certa età, decido di optare per Xubuntu, la cosiddetta alternativa dietetica.
Tutto procede liscio, l'installazione dura la bellezza di 11 minuti e 30 secondi (cronometrati), l'avvio avviene in 33.4 secondi.
E alla fine ecco che mi trovo di fronte il mio tanto agognato sistema operativo, con quella grafica spartana e senza fronzoli che piace tanto a noi giovani d'oggi ed una discreta dotazione di software.
C'è addirittura GIMP che per ragioni di spazio, è stato invece eliminato dalla dotazione standard di Ubuntu. Per ragioni di leggerezza OpenOffice è sostituito da AbiWord e Gnumeric, io personalmente mi trovo meglio con OpenOffice, soprattutto perché AbiWord non supporta la creazione di file pdf, quindi procedo ad installarlo.
La prima impressione è sostanzialmente positiva. A voler essere pignoli l'integrazione nel pannello di alcuni programmi (Pidgin in particolare) lascia un po' a desiderare, ma a parte questo va tutto bene.
Installo un altro paio di cazzate e mi appresto infine alla prova del nove.
Connetto il mio iPod Touch.
E non succede un cazzo!
Superato il primo momento di panico, mi accerto che tutto sia in ordine. Ed in effetti lo è (o dovrebbe esserlo...), le librerie sono installate, l'iPod viene rilevato (via shell) e riesco addirittura a montarlo come dispositivo di archiviazione di massa ma né Exaile (lettore multimediale installato di default) né il fido Rhythmbox lo rilevano come dispositivo multimediale.
Cazzeggio un po' in rete e scopro l'amara verità. La libreria libimobiledevice è integrata con i desktop di GNOME e di KDE ma non con quello di XFCE.
Eccomi quindi punto e d'accapo.
Ma col cazzo che ritorno a Windows, piuttosto installo Ubuntu, anche perché il mio portatile, con i suoi 512 MB di RAM e i suoi 2 GHz di processore è pur sempre nella fascia di sicurezza dei requisiti minimi richiesti.E poi parliamoci chiaro, eliminate le cazzate tipo il desktop 3D che piace tanto a voi giovani d'oggi ed evitando di far girare 15 applicazioni per volta non dovrei avere grossi problemi di prestazioni.
E quindi si ricomincia:
  • Scarico la ISO
  • Creo l'USB avviabile
  • Installo
E devo dire che sono piacevolmente sorpreso.
L'installazione, mirabile dictu, è addirittura (di poco) più veloce di quella di Xubuntu: 9 minuti e 40 secondi!
Il tempo di avvio è un po' più lungo (39.6 secondi) ma vabbeh, piccolezze.
Ed eccomi quindi a contemplare la lucida lince in tutto il suo splendore...
Rispetto alle precedenti versioni saltano subito all'occhio un paio di differenze grafiche.
Lo sfondo color cacchina (o fondotinta che dir si voglia..) che la faceva da padrone nelle passate edizioni è stato sostituito da uno sfondo color viola, e gira voce che la cosa non sia piaciuta affatto al caro Silvio...
I pulsanti di gestione delle finestre si trovano adesso a sinistra anziché a destra. Il perché sinceramente lo ignoro, ma la cosa sembra abbia rallegrato a tal punto il buon Walter, che nessuno ha avuto il coraggio di dirgli che lui non c'entra un cazzo...

Altra novità il cosiddetto "social menu", un menu che mette assieme tutte quelle amenità tanto amate da noi disadattati moderni, vale a dire chat, email e (soprattutto) social network, microbloging e chi più ne ha più ne metta.

Come se non bastasse, ecco anche l'Ubuntu One Music Store, negozio musicale integrato di default in Rhythmbox i cui incassi vengono in parte devoluti al fondo di conservazione della Lince iberica. Come a voler dire: "Non solo rompiamo le palle a Steve Jobs, ma facciamo anche del bene..."

Per il resto tutto nel'ordinario.
Come già detto manca GIMP, ma lo si installa alla bisogna.
Non si capisce poi come mai, Skype è scomparso dai repository di medibuntu, ma anche in questo caso poco male visto che lo si può sempre scaricare dal sito.
Installo il mio solito Giga di software aggiuntivo e mi accingo nuovamente alla prova dell'iPod.
Lo connetto e questa volta funziona alla grande!
Compare l'icona sul desktop, posso esplorarlo come dispositivo e posso usare Rhythmbox per sincronizzare la musica. In poche parole il sogno degli ultimi due anni che diventa realtà.

Se poi si vuole proprio essere sboroni (e io modestamente lo sono...) si può anche compilare il codice sorgente dell'ultima versione di libimobiledevice ed è a quel punto che inizia il vero divertimento.
Compilando l'ultima versione della libreria (e soprattutto sbmanager e ideviceinstaler che da essa dipendono) si può infatti accedere all'interfaccia dell'iPod dal desktop ed è inoltre possibile installare nuove applicazioni come anche effettuare il backup del dispositivo, da notare comunque che queste ultime due operazioni al momento sono supportate solo da riga di comando.
Ovviamente compilare sorgenti è raramente un'operazione indolore e infatti a me è andato tutto bene tranne la compilazione di sbmanager, che continua a interrompersi per un errore sconosciuto.

Vabbeh, vorrà dire che non potrò cazzeggiare con le icone, sai che tragedia. Tanto prima o poi ne verrò a capo o (più probabilmente) rilasceranno il pacchetto.
Tirando le somme posso dire che sia Xubuntu che Ubuntu 10.04 si comportano egregiamente.
Non fosse per la mancata integrazione di libimobiledevice nel desktop di XFCE avrei sicuramente optato per Xubuntu visto il suo minor uso di risorse, ma a conti fatti (e prese le dovute precauzioni) anche Ubuntu gira abbastanza speditamente su un lapotop come il mio che ha ormai la bellezza di sei anni.
Mi sa proprio che a questo punto mi sono lasciato Windows definitivamente alle spalle.
E scusate se è poco...

P.S.: Se anche voi quattro gatti che mi leggete aveste voglia di fare il grande passo eccovi i link:
Buon divertimento...



Ultim'ora! Edizione straordinaria! Eclatante aggiornamento in data 08/05/2010!

Per la serie "barcollo ma non mollo", va da sé che l'idea di non essere riuscito a compilare uno dei programmi per la gestione dell'iPod Touch (il famigerato sbmanager, per intenderci) non mi era andata affatto giù. Ed è così che, dopo aver interpellato l'autore del programma (che ringrazio) scopro in cosa consisteva l'arcano: neanche a dirlo mancava una libreria...
E bravo l'idiota, direte voi.
In effetti l'ho detto anch'io...
Non che l'idea di una dipendenza irrisolta non mi avesse sfiorato, il fatto è che il messaggio di errore ottenuto in fase di compilazione (un errore di sintassi, per la precisione...) era talmente fuori dall'ordinario che, a mia discolpa, non ero riuscito a capire quale fosse esattamente il programma mancante.
Sia come sia, una volta risolto quest'ultimo problema, la compilazione e l'installazione di sbmanager sono filate lisce come l'olio, e adesso posso bearmi del mio iPod in tutto e per tutto.

Detto questo, alla luce anche di quest'ultima settimana di utilizzo selvaggio, posso ribadire (se davvero ce ne fosse bisogno) che Ubuntu 10.04 LTS non solo si conferma come un ottimo sistema operativo, ma anche come un'eccellente alternativa a qualunque sistema proprietario presente sul mercato.
E verrebbe da dire: finalmente!


Licenza Creative Commons
Quest' opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.

mercoledì 14 aprile 2010

Io son colui che mi si crede, ma non quello che si vede...


Questa mattina la mia fida mangusta parlante mi ha sottoposto un brano tratto dal blog di Massimo Mantellini in cui, traendo spunto da un post di Sandrone Dazieri, partiva una riflessione su alcuni degli effetti collaterali che può avere la sovraesposizione di un personaggio pubblico su Facebook.

Con Massimo (la mangusta di cui sopra, non il Mantellini...), condividiamo non pochi interessi tra cui una presenza sul web che sfiora la compulsività a meno di un dettaglio, facebook funge infatti da elemento di asimmetria, essendone lui uno strenuo detrattore. I post di cui sopra, venivano infatti portati non tanto e non solo a sostegno delle sue tesi, quanto piuttosto come invito (rivolto a me e ad altri amici) ad esprimere le nostre.
Letti entrambi gli interventi, mi trovo in sostanziale accordo con quello di Mantellini.

Il tutto nasce (a mio parere) da un equivoco di fondo che sta alla base di facebook. Equivoco, sia ben chiaro, di natura biunivoca, in cui sono incappati sia Dazieri che i suoi cosiddetti "amici".
Vedi la frase: "su internet tutti sono amici di tutti", cazzate ovviamente...

Da parte di Dazieri l'errore è stato nell'accettare il primo sconosciuto. Anche a me è talvolta capitato di ricevere su facebook richieste di amicizia da gente che non conosco (poche per fortuna e per ovvie ragioni...), io in quel caso non chiedo neanche chi sia l'individuo in questione, lo ignoro e basta; magari lo conosco e non mi ricordo di lui, ma è chiaro che se non me ne ricordo, così tanto amici non siamo...
Essendo Dazieri un personaggio pubblico, avrebbe dovuto separare l'aspetto privato da quello per così dire "istituzionale", creando semmai una fanpage in cui i suoi ammiratori si sarebbero potuti iscrivere per scambiare pareri su di lui e magari annunciare anche la partecipazione a possibili eventi, ma in quest'ultimo caso senza aspettarsi più di tanto, perché questo ci porta al secondo equivoco generato da Facebook e che in parte è una peculiarità dell'era di internet.

Negli anni del web 2.0, delle chat, delle webcam e chi più ne ha più ne metta, si è creata una sorta di scissione tra la nostra fisicità e la nostra proiezione telematica.
Io sono me stesso e la mia immagine ma separatamente.
Sosteniamo di tutto, siamo solidali con chiunque, ci indigniamo contro qualunque sopruso senza muoverci da casa, perché cliccare è facile ma quando si tratta di metterci in strada allora ci sovviene immediatamente qualche altro impegno preso nell'ambito della cosiddetta "vita reale".
Allo stesso modo di una ragazza che non si considera una prostituta se fa vedere il culo in webcam per 10 euro, noi non ci consideriamo degli idioti se promettiamo di andare ad una marcia per la pace su facebook e poi invece ce ne stiamo a casa.

Siamo quindi di fronte ad una estensione della realtà non tanto diversa da quella immaginata dagli autori della corrente Cyberpunk all'inizio degli anni '80. Ci stiamo avvicinando sempre di più ad essere Uno, nessuno e centomila, con un pericoloso accento posto sul nessuno a causa del fatto che spesso ci dimentichiamo che mentre la realtà esteriore può anche essere frutto delle nostre percezioni, quella interiore per quanto possa essere sfaccettata, è pur sempre una. E l'ubiquità telematica non può quindi trasformarsi in dissociazione.
Urgerebbe quindi, da parte di ognuno di noi, una riaffermazione del proprio "essere uno".

Io sono i miei post su twitter.
Io sono le cazzate che scrivo sul blog.
Io sono i miei click su facebook.
Io sono la mia immagine in webcam.
Io sono l'idiota che a trent'anni suonati ancora s'accatta i giunnaletti.
Io sono il beota che si ubriaca a Westmalle Tripel e fa battutacce a voce alta anche in presenza di estranei.
Io sono più della somma delle mie parti ma allo stesso modo ognuna della mie parti prese a sé è me e non qualcun altro.

Il gioco di ruolo funziona fino a quando ci si rende conto che è un gioco, altrimenti sfocia nella patologia.

In parole povere ci siamo semplicemente ubriacati di un'esplosione telematica che ci ha permesso di essere ubiqui, di sentirci impegnati senza compiere il minimo sforzo, di avere tanti amici senza aver mai messo piede fuori di casa.
Quanto questo davvero durerà, onestamente non lo so. Probabilmente il tempo di qualche generazione, il tempo insomma che tutta questa sbobba venga metabolizzata da chi come me se l'è vista capitare addosso e che permetta a quelli che invece ci sono nati dentro di imparare a conviverci nella giusta misura.


Licenza Creative Commons
Quest' opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.

sabato 10 aprile 2010

La lotta alla mafia sbarca in Belgio

Sabato scorso scopro con colpevole ritardo che Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso, autori della pregevole biografia di Peppino Impastato, saranno a Leuven ospiti della mia fumetteria preferita per promuovere l'edizione olandese della loro opera.
Scatta immediata l'urgenza di attivarsi.
Parto quindi alla volta di Bruxelles, covando la speranza che dal Piola abbiano almeno una copia dell'edizione italiana, la mia infatti è a Catania e complici le imminenti festività pasquali non ci sono i tempi tecnici per farmela spedire.
Arrivato in quel di Bruxelles scopro con orrore che il Piola è chiuso a causa delle suddette festività, torno a casa ma non demordo...
Dopo aver scassato la minchia a mezza Europa (autori compresi) mi arrendo all'evidenza: non c'è verso di recuperare il fumetto nella lingua di Dante.
Pazienza...
Avanti veloce di sette giorni ed eccoci ad oggi.
Verso le due mi dirigo con calma alla volta di Parijstraat e dopo aver acquistato la mia settimanale quota di fumetti, soppeso i pro e i contro e traggo infine il dado: se non potrò comprare l'agognato volume nella lingua di Dante, lo comprerò in quella di Van Basten, mi accingo dunque ad acquistare "Peppino Impastato - een nar tegen de maffia", se non altro avrò un'occasione per esercitare il mio olandese claudicante.
Nell'attesa che venga allestito lo stand per le firme mi godo un pessimo caffè notando nel frattempo il formarsi di una piccola fila composta tanto da passanti occasionali quanto da lettori autoctoni.


In fila per l'autografo di rito si scoprono strane affinità, si discute di curiose coincidenze e tra un emigrato in Olanda che passava da Leuven per caso ed una coppia di fiamminghi appassionati di italiano ci si scopre siciliani all'estero. E allora poco importa se sei catanese o messinese, a nessuno interessa su si marca liotru, su si buddaci o su t'addubbi a pani ca' meusa, oggi semu tutti divoti tutti, se non a Sant'Agata di certo al cannolo e al fico d'india, accomunati da una storia che ci ostiniamo a raccontare nonostante i borbottii di chi intona il solito mantra: "Eh vabbeh, ma non è che ogni volta che si parla della Sicilia si può parlare sempre di mafia...".
E invece sì, noi ci ostiniamo a parlare di mafia, perché continuando a far finta di niente, continuando a parlare del sole, del mare, dell'Etna, dei pupi e della granita, continuando insomma a parlare di cazzate e nascondendo la testa sotto la sabbia non concluderemo un bel niente.
E allora eccoci qui in fila, godendoci un tempo stranamente clemente, compiacendoci del fatto che una storia magari non accessibile a tutti sia stata tradotta in una lingua parlata da pochissimi, sperando che sia solo l'inizio.
Perché per combattere la mafia a volte basta leggere un fumetto, basta farsi fare un disegno.


I soliti noti, gli araldi dell'ottimismo, diranno che è una goccia nel mare, ma pur sempre di gocce è fatto il mare...
Tornato a casa, butto giù queste quattro righe, scarico le foto e contemplo la mia dedica.


Stasera mangerò Tailandese. Lo so non c'entra un cazzo, ma in qualche modo dovevo pur concluderlo il post.


Licenza Creative Commons
Quest' opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.

lunedì 29 marzo 2010

Dove sono?

In buona parte d'Italia si è votato per il rinnovo dei governi regionali.
In Sicilia no. Noi la nostra bella sventura ce la siamo già fatta piovere addosso. Su che razza di individuo sia il presidente della regione Sicilia ci ha aggiornato tra l'altro la stampa nazionale proprio stamattina, ma si sa, la contiguità agli ambienti mafiosi fa parte del regolare cursus honorum di una certa classe dirigente siciliana.
Nella pausa tra una proiezione e l'altra, mi sono dilettato con l'ennesimo test, giusto per il piacere di farmi dire da qualcun altro come la penso.
Il risultato non mi ha sopreso affatto. Si limita a confermare, se mai ne avessi avuto bisogno, la mia totale estraneità alla feccia che governa attualmente questo Paese e la mia vicinanza a posizioni che qualcuno definirebbe massimaliste e giustizialiste (e poi magari mi spiegate anche che cazzo significhi il secondo temine) e che io, da eterno frondista quale ogni buon italiano è, definisco semplicemente: diversamente di destra. Diverse cioè da quello che la maggior parte degli idioti ritiene oggigiorno essere la destra, almeno in Italia.
Ecco in buona sostanza, secondo il suddetto test, dove mi trovo.


Dove siate voi m'importa ben poco, in compenso non mi dispiacerebbe affatto sapere cosa cazzo è 'sto "Partito del Bene Comune"...

Colonna sonora della serata: Rino Gaetano - Capofortuna.
Press Play on the tape...



Licenza Creative Commons
Quest' opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.

giovedì 25 marzo 2010

Rai per una notte, liberi per sempre

Mancano meno di cinque ore a "RAI per una notte", con buona pace di Silvio, dei suo scagnozzi e delle sue censure.
Non che manchino luoghi in cui vedere la trasmissione, ma per quel poco che vale, la trasmetto anch'io.
Buona visione...



P.S.: Qualora non aveste Silverlight o non vi andasse di scaricarlo state tranquilli, potete sempre seguire il programma inserendo questo indirizzo in qualunque lettore multimediale: http://live.raiperunanotte.it/videolist_loop.asx

Piccolo aggiornamento: Qualora vi foste persi la diretta, pubblico la registrazione dell'intera trasmissione...


Licenza Creative Commons
Quest' opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.

giovedì 11 marzo 2010

Alice nella Terra di Mezzo


Una diciannovenne Alice fugge da una poco allettante proposta di matrimonio e cade in un fosso che la catapulta nell'ormai dimenticato Paese delle Meraviglie.
Ecco come iniziano i 110 minuti più noiosi della mia vita...
Con delle musiche e delle scenografie malamente copiate dalla trilogia di Peter Jackson, un Tim Burton tragicamente privo d'ispirazione stupra senza alcuna pietà il capolavoro di Lewis Carrol.
Dell'Alice originale non è rimasto nulla! Non lo stupore infantile, non il linguaggio, non l'ironia, assolutamente nulla. Al suo posto troviamo solo un accozzaglia di personaggi privi di significato, nulla più che macchiette che si aggirano stancamente in una storia priva di mordente, di trama e di senso, che neanche la scialba intepretazione di Johnny Depp o il tanto decantato "Disney Digital 3D™" riescono a salvare.
Se non ho lasciato il cinema a metà visione è solamente per amore dei soldi spesi per il biglietto, ma veramente, di quei soldi si poteva fare un uso nettamente migliore.
Giuro, la prossima volta che qualcuno dice che la pirateria cinematografica è un crimine, lo lego ad una sedia e lo costringo a vedere quest'orrore ininterrottamente per una settimana!


Licenza Creative Commons
Quest' opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.

domenica 7 marzo 2010

La sede è vacante


Alle 23:47 del 5 Marzo 2010, Giorgio Napolitano ha ufficialmente abdicato alle sue funzioni di Presidente della Repubblica.
Quest'uomo non è più il garante della Costituzione.
Quest'uomo non è più il presidente di tutti gli italiani.
Quest'uomo non rappresenta più l'Unità Nazionale.
Italia svegliati! La sede è vacante!


Licenza Creative Commons
Quest' opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.