lunedì 1 novembre 2010

Un paio di domande sulla democrazia rappresentativa

La legge Giolitti del 1912 diede il diritto di voto a tutti i cittadini maschi maggiorenni capaci di leggere e scrivere. Nel 1919 tale legge venne modificata estendendo il diritto di voto a tutti i cittadini di sesso maschile, analfabeti inclusi.
Questa "esplosione di democrazia" in un paese in cui il 35% della popolazione era analfabeta, poneva l'accento su uno dei problemi insiti nel concetto di suffragio universale: il parallelismo tra alfabetizzazione/istruzione e il diritto di voto; una popolazione ignorante non può avere la coscienza politica necessaria ad esprimere una preferenza in sede elettorale.
L'aumento della scolarizzazione dovrebbe nel frattempo avere, almeno in parte, risolto il problema, ma non si direbbe, visto che al 2005 risultava che il 12% dei cittadini italiani fosse analfabeta e che solo il 33% della popolazione possedesse un titolo di studio superiore alla licenza media.
Verrebbe quindi da chiedersi con che cognizione di causa vada a votare parte dell'elettorato italiano, ma la domanda è sostanzialmente retorica...
L'altro problema insito nel concetto di suffragio universale è di carattere prettamente numerico.
Alla fine degli anni 50 Aldous Huxley, nel suo Brave New World Revisited, rifletteva su come demografia e democrazia andassero in senso opposto. L'aumento della popolazione rischia di far apparire insignificante il proprio voto al singolo elettore, con il rischio di generare così una serie di distorsioni, prima tra tutte (ma non unica) quella dell'astensionismo.
Il concetto di democrazia così come viene inteso oggigiorno, nasce più o meno con l'illuminismo, come contraltare alle monarchie assolute. Scomparse le seconde, il contraltare naturale delle democrazie rappresentative divennero i regimi totalitari di qualsivoglia colore o confessione religiosa.
La caduta del muro di Berlino, ci ha reso testimoni della fine non solo di un regime totalitario ma anche di un sistema di pensiero. Il fatto che nel frattempo la democrazia rappresentativa sia sopravvissuta non significa necessariamente che rappresenti un modello migliore di quelli che ha soppiantato. A conti fatti potrebbe essere semplicemente una carcassa lasciata a marcire in uno scantinato, concepita come fu in tempi troppo lontani e diversi dal nostro per potervisi adattare senza qualche problema.
Senza andare troppo lontano, basta dare un'occhiata all'Italia.
Ha veramente senso il suffragio universale in un paese sempre più vecchio, in cui parte della cittadinanza adduce scuse sempre più variopinte per giustificare il proprio astensionismo e in cui le informazioni vengono spesso assunte in modo passivo?
Lungi dall'avere delle soluzioni, ci sono però un paio di domande su cui mi sorprendo a riflettere sempre più spesso.
Ha senso concedere il diritto di voto ad una persona che, avendo superato gli ottant'anni, ha ormai buona parte della propria vita alle spalle?
Ha senso concedere il diritto di voto ad un astensionista impenitente che metodicamente si astiene da qualunque chiamata alle urne?
Non sarebbe insomma il caso di cominciare a tagliare qualche ramo secco?
Di risposte onestamente non ne ho, altrimenti non sarei qua.
Mi sembra però ovvio che oltre a riaffermare la necessità assoluta di imporre una reale alfabetizzazione che vada al di là della semplice conquista di un diploma, sarebbe anche il caso che si cominciasse a riflettere sul significato dell'espressione "avente diritto".

Riferimenti


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