mercoledì 15 dicembre 2010

Il senso di certi riti svuotati

E anche questa volta i giochi sono fatti.
Anche questa volta il nostro adorabile saltafossi nazionale l'ha scampata per un pelo.
E a salvarlo dall'orlo del baratro, tra falchi, colombe, quaglie e quant'altro, hanno fatto la loro parte anche i signori Scilipoti e Calearo, regalo di Di Pietro e Veltroni; perché chi pensa che Silvio sia la causa di ogni male farebbe bene a dare di tanto in tanto un'occhiata al lerciume sepolto sotto il tappeto di casa propria.
Qualche anno fa, di persone come queste avremmo avuto se non altro la soddisfazione di dire che non le avremmo più votate o che non le avevamo votate affatto; avremmo potuto dire che avevano perso parte del loro elettorato; ci è stata tolta anche questa soddisfazione, per misera che fosse. Perché questi "signori" (come il resto del parlamento di cui fanno parte) non sono frutto della volontà del Popolo Sovrano (in questi giorni troppo spesso e a sproposito evocata) ma di una legge elettorale che fa del gioco di palazzo la propria pietra angolare.
In momenti come questi, molti mi chiedono come faccio a recarmi alle urne, io che ho sempre considerato il voto un dovere ancor prima che un diritto. E in questi giorni a dire il vero me lo chiedo anch'io.
La verità è che per me il voto è un rito. Un rito civile. Contrapposto ai tanti riti incivili di chiese, moschee e sinagoghe.
E forse il problema sta proprio qui, perché dal rito al comportamento condizionato il passo è breve.
Forse da qualche anno a questa parte, io voto allo stesso modo in cui certi cristiani vanno a messa.
Ti alzi la domenica mattina, ti segni e ti batti il petto senza fare troppa attenzione a quello che dice quel tipo vestito strano, senza chiederti cosa ci stia a fare quell'ebreo appeso al muro.
E magari, senza rendermene conto, io faccio altrettanto.
Mi alzo la mattina, entro nell'urna, barro il simbolo ed esco.
Perché l'ho fatto?
Perché è il mio dovere, perché è giusto, perché penso di contribuire alla vita pubblica del mio Paese, perché e quello che ci si aspetta da me...
E poco contano i mesi di riflessione che hanno preceduto quel giorno. Poco conta lo scempio che di quel gesto faranno i nostri rappresentanti eletti nei giorni che lo seguiranno.
L'unica domanda che resta è: quanto tempo ci vuole per trasformare un gesto sentito in un automatismo?
Ieri a Roma era guerriglia.
E ancora ti chiedi: a cosa abbiamo assistito?
Allo scoppio di rabbia di una generazione disillusa?
Alle provocazioni violente dei soliti facinorosi?
Quei ragazzi stavano dando sfogo alle loro frustrazioni o stavano facendo il gioco di qualcun altro?
Entrambe le cose o nessuna delle due?
E se invece stessero solo facendo ciò che ci si aspettava da loro? Se si stessero comportando secondo le nostre (e loro) aspettative? Agendo secondo schemi precostituiti, parte di un copione storico ormai impresso nelle nostre coscienze e nel nostro inconscio collettivo.
Questo libero arbitrio con cui ci riempiamo spesso la bocca è soltanto una scatola vuota?
Esiste davvero e forse siamo noi ad usarlo nel modo sbagliato?
O siamo forse solo criceti in una ruota?


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5 commenti:

  1. Il voto e' un diritto e un dovere. Chiaramente di fronte a tali manipolazioni, quali quelle cui si assiste ora, viene da chiedersi quale sia il valore del gesto individuale - se non dei possibili ragionamenti che li motivano, quando lo fanno - se questo finisce nascosto dietro una massa di suoi simulacri, vuoti ma formalmente equivalenti.
    Si tratta pero' di un caso particolare di una questione piu' generale, secondo me: quello dello svilimento di un'attivita' individuale e condivisa per colpa del misuso da parte di certi individui. Farsi prendere dallo sconforto in questo caso ingrandisce il danno fatto da quelli e in sostanza lo instaura a regola - per questo e' sbagliato.
    Insomma, forse peccando di ingenuita', io credo ancora nella validita' di una semplice regola che si applica ai sistemi collettivi: il comportamento collettivo emerge da quello individuale e dalle interazioni tra gli individui. Dunque, fare bene il proprio dovere e mettere gli altri nelle condizioni di poterlo fare a loro volta dovrebbe essere un compito individuale al sicuro da ogni scoraggiamento perche' intrinsecamente valido e consistente. Spesso e' anche il massimo che un individuo possa fare; ed vale la pena farlo, a prescindere.

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  2. Vedi anche qui:
    http://fluttuaedevia.blogspot.com/2010/12/collettivita-emergente.html

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  3. L'idea del voto come diritto mi è sempre piaciuta molto poco, ma ho già avuto modo di esprimermi in merito.
    La questione qui non è tanto sul valore di un voto nel calderone, quanto una riflessione sull'effetto condizionante dei gesti abituali e dei comportamenti di massa.
    Quand'è che la mia educazione si trasforma in abitudine?
    Quanto sono consapevole dei gesti che compio?
    Come hai fatto giustamente notare, le società si educano (o si condizionano) anche attraverso l'esempio. E il nodo gordiano della questione forse è proprio questo. Noi questo esempio (edificante o deteriore che sia) lo facciamo nostro attraverso la ponderazione e la riflessione o lo recepiamo semplicemente in maniera passiva?

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  4. Ok, anche dal tuo commento al mio post capisco meglio la tua prospettiva. Ma l'apertura di questo post fa pensare ad altro.
    Nel tuo commento precedente apri a questioni molto ampie. Abitudine ed economia delle azioni, consapevolezza e superficialita', adattamento e assuefazione, integrita' e disinteresse, educazione e pregiudizio - sono alcuni esempi di classi di comportamento definite dagli estremi della loro gamma, entro cui ci si destreggia come si puo'.
    Se poi ti riferisci in particolare alla possibilita' di vivere ogni atto personale in piena consapevolezza, beh si tratta di qualcosa di tanto prezioso quanto difficile da perseguire. Ma, cosa interessante, i rituali e le procedure in generale possono servire a farlo, nella misura in cui permettono di concentrare l'attenzione alla cosa cui ci si sta preparando, per affrontarla in piena presenza di spirito.

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  5. La confusione è voluta. Nel senso che questo post è stato scritto cercando di mantenere quanto più intatta possibile la catena di pensieri che l'ha generata, evitando ogni tentativo di filtrarla attraverso l'occhio del "senno di poi".
    La riflessione nasce quindi da un reale scoramento nei confronti della classe dirigente italiana, passato il quale ho cominciato ad analizzare l'atto elettorale nella sua accezione rituale e a riflettere quindi sulla natura più o meno condizionante dei gesti collettivi.
    Oserei dire che a livello quantomeno inconscio tu abbia intuito questa cosa; dal momento che il tuo post appare essere complementare al mio, iniziando dall'analisi di sistemi complessi come sono le società, per poi concentrarsi sul singolo, in maniera cioè antitetica al mio.

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