mercoledì 14 aprile 2010

Io son colui che mi si crede, ma non quello che si vede...


Questa mattina la mia fida mangusta parlante mi ha sottoposto un brano tratto dal blog di Massimo Mantellini in cui, traendo spunto da un post di Sandrone Dazieri, partiva una riflessione su alcuni degli effetti collaterali che può avere la sovraesposizione di un personaggio pubblico su Facebook.

Con Massimo (la mangusta di cui sopra, non il Mantellini...), condividiamo non pochi interessi tra cui una presenza sul web che sfiora la compulsività a meno di un dettaglio, facebook funge infatti da elemento di asimmetria, essendone lui uno strenuo detrattore. I post di cui sopra, venivano infatti portati non tanto e non solo a sostegno delle sue tesi, quanto piuttosto come invito (rivolto a me e ad altri amici) ad esprimere le nostre.
Letti entrambi gli interventi, mi trovo in sostanziale accordo con quello di Mantellini.

Il tutto nasce (a mio parere) da un equivoco di fondo che sta alla base di facebook. Equivoco, sia ben chiaro, di natura biunivoca, in cui sono incappati sia Dazieri che i suoi cosiddetti "amici".
Vedi la frase: "su internet tutti sono amici di tutti", cazzate ovviamente...

Da parte di Dazieri l'errore è stato nell'accettare il primo sconosciuto. Anche a me è talvolta capitato di ricevere su facebook richieste di amicizia da gente che non conosco (poche per fortuna e per ovvie ragioni...), io in quel caso non chiedo neanche chi sia l'individuo in questione, lo ignoro e basta; magari lo conosco e non mi ricordo di lui, ma è chiaro che se non me ne ricordo, così tanto amici non siamo...
Essendo Dazieri un personaggio pubblico, avrebbe dovuto separare l'aspetto privato da quello per così dire "istituzionale", creando semmai una fanpage in cui i suoi ammiratori si sarebbero potuti iscrivere per scambiare pareri su di lui e magari annunciare anche la partecipazione a possibili eventi, ma in quest'ultimo caso senza aspettarsi più di tanto, perché questo ci porta al secondo equivoco generato da Facebook e che in parte è una peculiarità dell'era di internet.

Negli anni del web 2.0, delle chat, delle webcam e chi più ne ha più ne metta, si è creata una sorta di scissione tra la nostra fisicità e la nostra proiezione telematica.
Io sono me stesso e la mia immagine ma separatamente.
Sosteniamo di tutto, siamo solidali con chiunque, ci indigniamo contro qualunque sopruso senza muoverci da casa, perché cliccare è facile ma quando si tratta di metterci in strada allora ci sovviene immediatamente qualche altro impegno preso nell'ambito della cosiddetta "vita reale".
Allo stesso modo di una ragazza che non si considera una prostituta se fa vedere il culo in webcam per 10 euro, noi non ci consideriamo degli idioti se promettiamo di andare ad una marcia per la pace su facebook e poi invece ce ne stiamo a casa.

Siamo quindi di fronte ad una estensione della realtà non tanto diversa da quella immaginata dagli autori della corrente Cyberpunk all'inizio degli anni '80. Ci stiamo avvicinando sempre di più ad essere Uno, nessuno e centomila, con un pericoloso accento posto sul nessuno a causa del fatto che spesso ci dimentichiamo che mentre la realtà esteriore può anche essere frutto delle nostre percezioni, quella interiore per quanto possa essere sfaccettata, è pur sempre una. E l'ubiquità telematica non può quindi trasformarsi in dissociazione.
Urgerebbe quindi, da parte di ognuno di noi, una riaffermazione del proprio "essere uno".

Io sono i miei post su twitter.
Io sono le cazzate che scrivo sul blog.
Io sono i miei click su facebook.
Io sono la mia immagine in webcam.
Io sono l'idiota che a trent'anni suonati ancora s'accatta i giunnaletti.
Io sono il beota che si ubriaca a Westmalle Tripel e fa battutacce a voce alta anche in presenza di estranei.
Io sono più della somma delle mie parti ma allo stesso modo ognuna della mie parti prese a sé è me e non qualcun altro.

Il gioco di ruolo funziona fino a quando ci si rende conto che è un gioco, altrimenti sfocia nella patologia.

In parole povere ci siamo semplicemente ubriacati di un'esplosione telematica che ci ha permesso di essere ubiqui, di sentirci impegnati senza compiere il minimo sforzo, di avere tanti amici senza aver mai messo piede fuori di casa.
Quanto questo davvero durerà, onestamente non lo so. Probabilmente il tempo di qualche generazione, il tempo insomma che tutta questa sbobba venga metabolizzata da chi come me se l'è vista capitare addosso e che permetta a quelli che invece ci sono nati dentro di imparare a conviverci nella giusta misura.


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sabato 10 aprile 2010

La lotta alla mafia sbarca in Belgio

Sabato scorso scopro con colpevole ritardo che Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso, autori della pregevole biografia di Peppino Impastato, saranno a Leuven ospiti della mia fumetteria preferita per promuovere l'edizione olandese della loro opera.
Scatta immediata l'urgenza di attivarsi.
Parto quindi alla volta di Bruxelles, covando la speranza che dal Piola abbiano almeno una copia dell'edizione italiana, la mia infatti è a Catania e complici le imminenti festività pasquali non ci sono i tempi tecnici per farmela spedire.
Arrivato in quel di Bruxelles scopro con orrore che il Piola è chiuso a causa delle suddette festività, torno a casa ma non demordo...
Dopo aver scassato la minchia a mezza Europa (autori compresi) mi arrendo all'evidenza: non c'è verso di recuperare il fumetto nella lingua di Dante.
Pazienza...
Avanti veloce di sette giorni ed eccoci ad oggi.
Verso le due mi dirigo con calma alla volta di Parijstraat e dopo aver acquistato la mia settimanale quota di fumetti, soppeso i pro e i contro e traggo infine il dado: se non potrò comprare l'agognato volume nella lingua di Dante, lo comprerò in quella di Van Basten, mi accingo dunque ad acquistare "Peppino Impastato - een nar tegen de maffia", se non altro avrò un'occasione per esercitare il mio olandese claudicante.
Nell'attesa che venga allestito lo stand per le firme mi godo un pessimo caffè notando nel frattempo il formarsi di una piccola fila composta tanto da passanti occasionali quanto da lettori autoctoni.


In fila per l'autografo di rito si scoprono strane affinità, si discute di curiose coincidenze e tra un emigrato in Olanda che passava da Leuven per caso ed una coppia di fiamminghi appassionati di italiano ci si scopre siciliani all'estero. E allora poco importa se sei catanese o messinese, a nessuno interessa su si marca liotru, su si buddaci o su t'addubbi a pani ca' meusa, oggi semu tutti divoti tutti, se non a Sant'Agata di certo al cannolo e al fico d'india, accomunati da una storia che ci ostiniamo a raccontare nonostante i borbottii di chi intona il solito mantra: "Eh vabbeh, ma non è che ogni volta che si parla della Sicilia si può parlare sempre di mafia...".
E invece sì, noi ci ostiniamo a parlare di mafia, perché continuando a far finta di niente, continuando a parlare del sole, del mare, dell'Etna, dei pupi e della granita, continuando insomma a parlare di cazzate e nascondendo la testa sotto la sabbia non concluderemo un bel niente.
E allora eccoci qui in fila, godendoci un tempo stranamente clemente, compiacendoci del fatto che una storia magari non accessibile a tutti sia stata tradotta in una lingua parlata da pochissimi, sperando che sia solo l'inizio.
Perché per combattere la mafia a volte basta leggere un fumetto, basta farsi fare un disegno.


I soliti noti, gli araldi dell'ottimismo, diranno che è una goccia nel mare, ma pur sempre di gocce è fatto il mare...
Tornato a casa, butto giù queste quattro righe, scarico le foto e contemplo la mia dedica.


Stasera mangerò Tailandese. Lo so non c'entra un cazzo, ma in qualche modo dovevo pur concluderlo il post.


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