mercoledì 21 dicembre 2011

Internet, quotidiani e telegiornali sono la stessa cosa se sei un completo idiota

 - "In giro continuano a dire che Facebook sia una rovina ma secondo me è una cosa grandiosa"
 - "Sì, infatti io lo uso principalmente per informarmi"
 - "Informarmi e INFORMARE!"
 - "Esatto! È un mezzo di comunicazione potentissimo, non come i media tradizionali così facilmente manipolabili. Per questo lo vogliono chiudere..."


Ecco, questo è il genere di conversazione che di tanto in tanto sento fare a chi ha la pretesa di avere una qualche sorta di coscienza sociale. Non ho tra l'altro difficoltà ad ammettere che discorsi del genere abbiano una qualche fondatezza, se non che ieri qualcuno pubblica questo video sulla propria bacheca:



per venire subito imitato da qualche altro beota (a Catania li chiamiamo "ammucca lapuni") e dar quindi il via ad una serie di commenti indignati.

"Sono senza parole..."
"Lutto cittadino!"
"Non ci posso credere"
"VERGOGNA!"


Sì, davvero. Vergogna.
Sarebbe veramente il caso di vestire i colori del lutto, ma per le nostre coscienze sopite e anestetizzate, non certo per il simbolo della Città di Catania che, nonostante tutto, è ancora al suo posto.
Cosa ancor più assurda, il video in questione circolava già dal 2009 ma questo non ha evidentemente impedito agli impegnati della domenica di indignarsi...
E proprio qui sta il nocciolo della questione.
Ci lamentiamo di quanto sia facilmente manipolabile l'informazione veicolata tramite la carta stampata.
Invochiamo Pasolini quando ci ammoniva (giustamente) di come la televisione fosse un mezzo di comunicazione passivo e quindi autoritario.
Poi becchiamo il primo video su YouTube e lo prendiamo per oro colato senza prenderci neanche la pena di verificare.
E si badi bene che qui non stiamo parlando dell'ennesima catena, non si tratta di andare in Burkina Faso a controllare se gli arti di un bambino siano stati strappati e dati in pasto a un branco di cani, cazzo qui era tutto risolvibile percorrendo un paio di kilometri a piedi per andare in una pubblica piazza a verificare che un monumento fosse ancora al suo posto; anzi, a dirla tutta bastava una ricerca neanche tanto approfondita su Google...
Il problema di fondo è sempre lo stesso; nel processo informativo l'anello debole non è rappresentato dal mezzo di comunicazione in sé ma dal fruitore dello stesso che, continuando a subire passivamente le informazioni che riceve, non sarà mai un soggetto consapevole.
E il fatto che questo accada ai giorni nostri è ancora più grave visto che viviamo effettivamente in una società che ci permette di verificare in tempi estremamente brevi le notizie che riceviamo.
E non mi si venga a dire che questo è il risultato di decenni di strapotere mediatico berlusconiano, perché a furia di ripeterla questa storiella comincia a diventare poco credibile e comincia a sorgere in me il sospetto che è soltanto una comoda scusa, perché in fin dei conti ci sta più che bene che qualcun altro ci dica cosa dobbiamo pensare.
Qualcuno dirà forse che me ne sto accorgendo tardi. Che volete che vi dica, si vede che sono un inguaribile ottimista.
Resta il fatto che, come ho già detto molte volte, il problema non è rappresentato dai social network in sé ma dal modo in cui ci rapportiamo ad essi.
In parole povere: se qualcuno là fuori usa Facebook per creare il proprio mondo di fantasia in cui interpretare la parte del guerrigliero senza aver mai messo un piede fuori di casa o, peggio ancora, per mettersi a fare il giornalista di notizie riciclate senza prendersi la briga di verificare le fonti faccia pure; poi però si tenga stretto quel nano di merda senza rompere i coglioni!
Grazie.


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domenica 30 ottobre 2011

Stefano Benni è morto e si sta rivoltando nella tomba. (O forse no?)

Invogliato da un trailer accattivante e da un cast di tutto rispetto, ieri sera decido di recarmi al cinema a vedere Bar Sport, film che (come lascia intendere il titolo) è tratto dall'omonima raccolta di racconti di Stefano Benni.
Come al solito, coinvolgo un paio di amici i quali, immemori dell'ultima sventura, mi seguono.
Non l'avessi(mo) mai fatto...
Premetto subito che non ho letto il libro di Benni, del quale ho letto (e apprezzato) solo Baol, ma non faccio fatica a credere che sia migliore della malassortita sequenza di eventi cui mi ha sottoposto Massimo Martelli.
Il film è carente in tutto, manca di ritmo, i dialoghi sono inconsistenti al limite del penoso e la recitazione è pessima, con l'unica eccezione costituita dalla comparsata di Teo Teocoli.
Unico tratto appena godibile del film, sono le sequenze animate che fanno da cornice agli stralunati racconti sportivi di Claudio Bisio, ma francamente questi non bastano ad elevare un film che fatica a meritarsi un giudizio di mediocrità.
Quasi mi dispiace per Bisio e la Finocchiaro che hanno prestato i loro volti ad un simile scempio ma poi mi ricrdo che loro sono stati pagati per farlo mentre io ho pagato per vederlo, e penso si possa dire altrettanto per Stefano Benni, il quale non dev'essersi preoccupato più di tanto della qualità del prodoto finito, una volta intascato l'assegno.
Se poi penso che quest'orrore è stato addirittura finanziato del ministero per i beni e le le attività culturali (lettere minuscole usate di proposito...) c'è veramente di che perdere il sonno!
Un'ultima nota prima di chiudere, tra questo film e il precedente ne ho visti tre, uno migliore dell'altro. Per la precisione sto parlando di Super8, L'alba del pianeta delle scimmie e Carnage. Non sono riuscito a scrivere una sola parola su nessuno di questi tre film. Che mi stia definitivamente inacidendo?


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lunedì 29 agosto 2011

Passami una corda, così mi impicco all'albero della vita

Ieri sera ho avuto la malsana idea di andare a vedere "The tree of life" di tale Terrence Malick, probabilmente attratto dal cast. Cosa ancor più grave, ho trascinato in quest'impresa tre miei amici, ai quali devo se non altro riconoscere il buon gusto di non avermi rinfacciato la cosa.
La trama del film è presto detta: una madre (Jessica Chastain) riceve un telegramma che le comunica la morte del figlio diciannovenne; la notizia viene accolta con comprensibile dolore da lei e dal marito, interpretato da Brad Pitt. Avanti veloce su Sean Penn, che interpreta uno dei fratelli superstiti diventato adulto il quale, tra una serie di pippe mentali e l'altra, ricorda il fratello scomparso e i difficili anni dell'infanzia caratterizzati dalla rigida educazione impartitagli da un padre estremamente severo. Il tutto condito da immagini di prati, eruzioni vulcaniche, galassie in espansione e un paio di scene con i dinosauri; sì, ci sono anche i dinosauri. E non dimentichiamoci che mentre queste immagini sconclusionate si susseguono, una narratrice femminile (probabilmente la madre) ce lo mena a due mani con una serie di citazioni bibliche e riflessioni sulla natura di dio.
Durata del film: due ore e mezza, trascorse le quali buona parte del pubblico in sala si è lasciato andare ad una fragorosa risata liberatoria.
Che dire?
Che il film fa semplicemente pena.
Che cerca di mascherare la mancanza d'idee con un estenuante lentezza e che nel goffo tentativo di apparire profondo, riesce solamente ad essere puerilmente pretenzioso, come un quindicenne depresso che, avendo appena scoperto Leopardi, ammorba tutti quanti con le sue saccenti elucubrazioni sull'universo.
Qualcuno potrebbe forse notare che il film in questione ha addirittura vinto la Palma d'Oro al Festival di Cannes, ma questo dimostra solo quanto il Festival in questione sia scaduto negli ultimi anni.
Se proprio devo trarre qualcosa di positivo dalla proiezione di ieri è che il nome di questo stronzo io me lo segno a vita. Col cazzo che vado a vedere il suo prossimo film!


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giovedì 21 luglio 2011

Ah, dolce accidia...

Figuriamoci se alla fine non scazzavo.
Vero è che lo avevo preannunciato ma pensavo di durare un po' di più.
Fatto è che pubblicare settimanalmente un approfondimento alla trasmissione radiofonica sì è rivelato più impegnativo del previsto e, complici il caldo, la mia patologica abulia, le coliche renali e la preparazione per un concorso, ho deciso di interrompere gli aggiornamenti.
Sia chiaro, la trasmissione va avanti e anche discretamente, a meno di qualche sporadico intoppo.
Da qui in avanti, ammesso che ritrovi le restanti registrazioni, mi limiterò a pubblicarle con cadenza pseudomensile insieme ad uno (scarno) resoconto di quello che è successo.
Lo so, sono una chiavica, ma che volete farci.
Intanto domani vado a vedermi Capitan America, così da prepararmi spiritualmente alla puntata di mercoledì prossimo e, se supero la notte, faccio addirittura il compleanno.
Che non sia mai detto che la mia vita non è priva di emozioni...


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lunedì 20 giugno 2011

Superheroes - Note a margine della quarta puntata

La morte di Superman: ancora una volta, tutto comincia con un matrimonio andato a male...

Nel 1988, John Byrne portò a termine la sua gestione di Superman a seguito di divergenze creative con la dirigenza della DC Comics e venne sostituito da Roger Stern.
Nella speranza di invertire il calo di vendite successivo all'abbandono di Byrne e tentando di avvicinare alla serie il pubblico femminile, la DC decise di mettere in moto una serie di eventi che portasse al matrimonio tra Lois e Clark, coerentemente con la nuova interpretazione di Byrne, in cui Lois era innamorata di Clark, piuttosto che di Superman.
Fu così che nella storia intitolata "Krisis of Krimson Kryptonite", Clark/Superman rivelò a Lois il suo segreto e la chiese in moglie.
Nel frattempo però, la Viacom cancellò la serie telvisiva Superboy con il risultato che la Warner Bros. (proprietaria della DC Comics) riprese in mano i diritti di sfruttamento televisivo di Superman e mise in produzione la serie "Lois & Clark: The new adventures of Superman" che, come si intuisce dal titolo, poneva l'accento anche sulla vita sentimentale di Superman. Venuta a sapere che in casa DC erano stati messi in moto gli eventi che avrebbero portato al matrimonio di Superman, la dirigenza Warner chiese (e ottenne) che l'evento fosse posticipato fino a quando i tempi non fossero stati maturi per celebrarlo anche sul piccolo schermo, di modo che i due eventi, quello cartaceo e quello televisivo, avvenissero in contemporanea.
Messo momentaneamente da parte, la redazione di superman si trovava senza un evento per celebrare l'imminente cinquantacinquestimo anniversario della creazione dell'uomo d'acciaio, fino a quando durante una riounione Jerry Ordway, all'epoca scrittore di "Adventures of Superman", suggerì scherzosamente di ucciderlo; tra una battuta e l'altra l'idea prese piede, fino al punto di essere approvata ufficialmente.
A perpetrare l'omicidio, ci pensò un personaggio creato per l'occasione da Dan Jugens.
Prosaicamente chiamato Doomsday, il personaggio in questione era un clone malassortito dell'incredibile Hulk, risultato dei primi rozzi esperimenti genetici dei kryptoniani di milenni addietro. Dotato dell'intelligenza di un colibrì, Doosday uccise Superman, nel numero 75 dell'omonima testata, a suon di calci e pugni a seguito di una battaglia durata alcuni mesi.
Storia abbastanza insulsa, come buona parte di quele partorite durante gli anni '90, venne in parte riscattata da quelle successive dedicate al funerale dell'eroe, con le quali vennero analizzate le reazioni che l'evento suscitò nella popolazione, dando una credibile rappresentazioni di tutto lo spettro dell'emotività umana, dall'arrivismo dei media, al dolore delle persone care, dalla partecipazione delle masse all'affollarsi dei mitomani.
Al funerale di Superman seguì un periodo intitolato "The Reign of the Supermen" in cui quattro individui si contesero l'eredità quando non addirittura l'identità dell'uomo d'acciaio, il quale avrebbe fatto il suo trionfale ritorno sul numero 25 di "Superman: The man of steel", pubblicato ad appena otto mesi dalla sua "tragica" dipartita.
Trafugato dalla sua tomba da Eradicator, un suo antico nemico ormai ravvedutosi, Superman fu lasciato a guarire nella Fortezza della Solitudine in quanto il sole giallo che illumina la Terra, oltre a dotarlo dei suoi straordinari poteri, ha su di lui anche un effetto ricostituente.
La teoria più esilarante riguardo il ritorno di Superman, la si deve comunque a Jonathan Kent.
In coma a seguito di un infarto causato dal dolore per la perdita del figlio adottivo, l'anziano agricoltore ebbe un'allucinazione nella quale ipotizzò che i kryptoniani, atei e cultori della scienza, non credessero nella morte e nell'aldilà e che Clark avesse accettato la sua mortalità a seguito della sua educazione umana. Gonfiato di botte da un energumeno, Superman morì insomma di suggestione, né più né meno di un marmocchio viziato che, spinto a terra da un bullo, scoppia in lacrime neanche fosse stato vittima di un pestaggio.
Checchè se ne dica, la morte di Superman fu comunque un evento mediatico di dimensioni tutt'altro che trascurabili e con il quale la dirigenza dalla DC Comics raggiunse certamente l'obbiettivo che si era preposta, non tanto quello di raccontare una buona storia quanto quello di riportare Superman in cima alle classifiche di vendita.



Un paio di considerazioni tecniche sulla trasmissione

La trasmissione in sé è andata abastanza bene, c'è ancora qualche tempo morto qua e la, ma nulla di grave.
La pecca principale è che forse si è divagato un po' troppo, col risultato che quello che sarebbe dovuto essere l'argomento principale della serata, vale a dire la morte di Superman, è stato relagato alla fine della trasmissione. Ragion per cui, questo è stato l'unico argomento trattato in questo post. Anche perché sugli altri, fatta eccezione per Darkseid che insieme ai Nuovi Dei meriterebbe una puntata a sé, non vale la pena spendere troppe parole.





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domenica 19 giugno 2011

Superheroes - Note a margine della terza puntata

Superman: Un immigrato in mutandoni a difesa della Terra

Nel 1933 Jerry Siegel e Joe Shuster pubblicarono sulla fanzine "Science Fiction" un racconto dal titolo "The Reign of the Super-Man".
La storia parla del professor Emil Smalley e degli esperimenti da lui condotti su di un ignaro operaio di nome Bill Dunn. Inebriato dai poteri ricevuti a seguito di tali esperimenti, Bill uccide il professore e decide di muovere alla conquista del mondo, salvo rendersi conto che gli effetti dell'esperimento sono temporanei, essendo lui nient'altro che una cavia, tornando quindi alla sua grama vita da operaio in catena di montaggio.
Qualche anno più tardi, colpito dalla lettura di "Detective Dan, Secret Operative No. 38", Siegel decise che che il suo superuomo sarebbe stato più interessante come eroe che come criminale. Fu così che, dopo aver incassato alcuni rifiuti, riuscì a vendere la storia dell'ultimo figlio di Krypton alla DC Comics (all'epoca National Allied Publication), consegnando al primo numero di Action Comics del giugno del 1938 il primo supereroe della Storia.
Dotato di un insieme di poteri inizialmente alquanto limitato, il Superman delle prime storie rifletteva in parte l'orientamento politico "sinistrorso" dei suoi autori, impedendo tentativi di linciaggio ed esecuzioni frutto di errori giudiziari, mostrando talvolta una brutalità che lascerebbe basiti i lettori di oggi: non era infatti inusuale vederlo sbatacchiare malamente i suoi decisamente umani avversari, incurante degli effetti che la sua forza sovrumana avrebbe potuto avere sui malcapitati.
Nel corso di settant'anni i poteri di Superman, la loro provenienza e buona parte del background del personaggio hanno subito modifiche più o meno radicali per adattarsi allo spirito dei tempi.
Così non è stato per le sue motivazioni, che sono rimaste pressoché immutate dalla sua creazione, diventando così il retaggio più forte lasciatoci dai suoi autori.
Giunto sulla Terra da un pianeta morente, Kal-El (che, come fa notare qualcuno, significa "la voce di dio") viene educato come un essere umano e tale si sente nonostante tutto, vivendo tra gli umani e considerando la Terra casa propria, al punto da ritenersi il suo difensore ultimo. Creato da due figli d'immigrati, Superman ne condivide insomma le ansie e la voglia d'integrazione, essendo dunque l'immigrato per antonomasia fino a diventare lo strenuo difensore dell'American Way of Life nell'interpretazione datane da John Byrne che, dopo il repulisti di "Crisi sulle Terre Infinite", fu chiamato a riscriverne le origini con il suo "The man of steel", storia che oltre a ridefinire la natura e l'estensione dei poteri di Superman, apportò radicali cambiamenti al suo background come l'eliminazione di Superboy e la sostanziale modifica del rapporto tra lui e Lois Lane che, nelle storia precedenti a "The man of steel", era innamorata di Superman e non di Clark.
Personaggio sostanzialmente sopravvissuto a se stesso, spesso ridicolizzato per via del suo improbabile dualismo con Clark Kent e le presunte difficoltà coniugali con Lois Lane, è spesso più facilmente descritto attraverso i suoi comprimari.
Alle soglie del suo settantacinquesimo compleanno, l'Uomo d'acciaio, si trova a dover affrontare (insieme al resto dell'Universo DC) l'ennesimo restyling, affidato questa volta all'estro di Grant Morrison, che vede un Superman da poco approdato sul pianeta Terra e visto con sospetto dai suoi abitanti. E chissà che questa recente interpretazione non sia una più cupa riflessione sul suo ruolo di eterno immigrante...

Riferimenti

Jerry Siegel & Joe Shuster: "The Reign of the Superman" -  Versione in  PDF della storia pubblicata su Science Fiction #3 - Una scansione ad alta risoluzione dell'intera rivista può esere consultata presso la biblioteca online dell'Università della Florida.
Jeff Fleischer: "Superman's Other Secret Identity" - Una disamina della matrice culturale ebraica di molti supereroi americani e di Superman in particolare.
Larry Niven: "Man of Steel, Woman of Kleenex" - Un'analisi semiseria della relazione tra Superman e Lois Lane
Kiel Phegley: "Morrison & Morales Launch Action Comics #1" - La DC Comics annuncia l'azzeramente della continuity di Superman e del suo intero universo supereroistico.



Lex Luthor: Da Rosso Malpelo a Mastro Lindo per un banale errore

La prima apparizione di Lex Luthor, risalente al numero 23 di Action Comics, rivela subito quanto il personaggio fosse debitore della letteratura pulp. Inizialmente chiamato semplicemente Luthor era ritratto come uno scienziato pazzo che, dopo aver conquistato un imprecisato numero di paesi europei, si accingeva a scatenare una guerra mondiale. Venne ovviamente fermato da Superman per riapparire in futuro sotto varie guise. In questa sua iniziale incarnazione, molti rilevano anche una somiglianza tra Luthor e il professor Emil Smalley, protagonista del racconto "The reign of the Super-Man", somiglianza che si sarebbe accentuata nel momento in cui Luthor venne ritratto calvo per la prima volta.
Nelle sue prime due apparizioni, Luthor faceva infatti sfoggio di una fluente capigliatura rossa. Divenne calvo a causa di un errore di Leo Novak, all'epoca uno degli assistenti di Joe Shuster, che lo ritrasse così in una storia pubblicata su un quotidiano. La calvizie rimase senza venir spiegata in alcun modo per volere dello stesso Shuster che si trovava più a suo agio nel disegnare criminali calvi.
Nel 1960 Jerry Siegel, che nel frattempo con Superboy aveva introdotto le avventure giovanili di Clark, riscrisse le origini di Luthor in modo da includerne la calvizie. In Adventure Comics 271 ci viene narrato di come Lex Luthor, un giovane scienziato abitante di Smallville, salvi Superboy dalla Kryptonite. In segno di gratitudine, Superboy gli costruisce un laboratorio in cui Lex, per ringraziarlo, sintetizza un antidoto contro la Kryptonite. Il laboratorio va in fiamme a causa di un incidente, ma Superboy estingue l'incendio grazie al suo super-respiro, investendo però Lex di reagenti che ne causarono la permanente calvizie e il fallimento dell'esperimento in corso.
Convinto dell'intenzionalità del gesto da parte di un Superboy invidioso del suo genio, Lex giura per sempre vendetta.
Ovviamente il restyling operato da John Byrne negli anni '80 fece, per fortuna, piazza pulita di queste risibili motivazioni.
Volendo fare di Lex, un criminale che l'America degli anni '80 potesse capire, Byrne lo trasformò in uno spregiudicato uomo d'affari. Proveniente da una vita di stenti, Lex riesce a farsi strada nel mondo dell'alta finanza e vede in Superman l'unico individuo sul pianeta che non può comprare, minacciare o controllare, da cui l'odio quasi irrazionale nei suoi confronti.
Questa versione più "mondana" di Lex non è stata comunque esente da momenti di involontaria ironia, come quando in una storia scritta e disegnata dallo stesso Byrne, Lex scopre che Superman e Clark Kent sono in realtà la stessa persona. Incapace di comprendere come un individuo così potente si nasconda dietro la maschera di un uomo così debole, Lex attribuisce la scoperta a un semplice errore di calcolo del computer e decide semplicemente di ignorarla.
Nel corso degli anni, molti autori hanno considerato il Lex affarista troppo terreno, reintroducendo alcuni elementi del Luthor scienziato pazzo delle origini, dando vita ad un uomo di grande intelligenza e sfrenate ambizioni, alla costante ricerca di un modo per ottenere poteri simili a quelli del suo acerrimo nemico.
Resta da vedere sotto quale guisa lo presenterà Grant Morrison nella sua ventura reinterpretazione del mito di Superman. Un possibile indizio ce l'ha dato nel suo recente All-Star Superman, in cui rappresentava Lex Luthor come un uomo geniale ma vanaglorioso, che vede in Superman una minaccia alle potenzialità umane e, più probabilmente, un'ombra che toglie la giusta luce alle sue presunte gesta.

Riferimenti

Brian Cronin: Comic Book Urban Legends Revealed #79 - Resoconto delle prime apparizioni di Luthor




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lunedì 13 giugno 2011

La cazzata del giorno - Speciale Referendum 2011

Referendum del 12 e 13 Giugno. Quorum Raggiunto. "Non è un caso che Sabato a Roma ci Fosse l'EuroPride. Presenterò un esposto alla Procura della Repubblica", ha commentato un rattristato Carlo Giovanardi.

Referendum del 12 e 13 Giugno. Quorum Raggiunto. "Adesso bisognerà abbandonare il nucleare", ha commentato Silvio Berlusconi dalla sua residenza di Bengasi.

Referendum del 12 e 13 Giugno. Quorum Raggiunto. "Uuhrnmmmrhhrmr. Guurghuuurrrrszmuhr. Sdruhrusshtshrssrsrss.", ha commentato Umberto Bossi da Pontida.

Referendum del 12 e 13 Giugno. Quorum Raggiunto. "Adesso il quorum brucia pure a loro", ha commentato un entusiasta Nichi Vendola.

Referendum del 12 e 13 Giugno. Quorum Raggiunto. Una banda di finocchi si riversa nelle piazze di Sucate bruciando crocifissi e statuine di Gesù Bambino.

Referendum del 12 e 13 Giugno. Quorum Raggiunto. Wa(l)ter Veltroni: "Domani mattina salirò al Colle per le consultazioni!". Come al solito non ha capito un cazzo...


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venerdì 10 giugno 2011

X-Men: L'inizio - Un prequel al sapore di reboot

Mercoledì sera, concluso il mio ormai settimanale sproloquio radiofonico, mi sono precipitato al cinema per andare a vedere la nuova pellicola dedicata ai mutanti di casa Marvel.
Dopo due gradevolissime ore, l'impressione è sostanzialmente positiva, pur se con un'insoddisfazione di fondo per via di una mancata quadratura del cerchio.
Ma procediamo con ordine.
Dal momento che la terza pellicola dedicata ai pupilli di Xavier ebbe il sapore di un capitolo finale, avendoci lasciati con molti protagonisti morti e Magneto depotenziato, c'era bisogno di trovare un modo per dare un credibile nuovo inizio agli X-Men, soprattutto dopo il successo del film dedicato a Wolverine.
Intelligentemente la Marvel e la Fox hanno puntato su una prologo piuttosto che su un seguito, narrandoci la storia di come i giovani Charles Xavier e Erik Lehnsherr reclutarono, sotto l'egida della CIA, i primi esemplari di una razza che stava lentamente affacciandosi sulla scena evolutiva.
Ambientato ai tempi (e all'ombra) della crisi missilistica di Cuba, che scopriamo essere stata orchestrata da un Sebastian Shaw egregiamente interpretato da Kevin Bacon, il film (soprattutto all'inizio) gioca molto sul differente bagaglio umano ed emotivo di Charles ed Erik; il primo cresciuto negli agi, il secondo in un campo di concentramento.
Ed è proprio Magneto a fare la parte del leone in questo film, interpretato da un ottimo Michael Fassbender che non risente affatto dell'ingombrante paragone con Ian McKellen.
L'attore tedesco rende infatti alla perfezione la freddezza con cui il giovane Erik persegue la vendetta nei confronti dei suoi aguzzini, mostrandoci come questa sua ossessione porterà alla rottura tra lui e Charles, trasformando la loro amicizia nella malinconica inimicizia che abbiamo visto nei film successivi.
Il fatto che questo film funga da prologo a questi ultimi piuttosto che azzerarli (cosa abbastanza comune di questi tempi) lo si capisce dai numerosi riferimenti che nel corso della storia vengono fatti al resto della serie.
Se però il film dà l'involontaria impressione di essere un reboot, lo si deve ad una delle scene finali che, pur notevole nella sua tensione drammatica, costituisce un'incongruenza non da poco con i capitoli successivi.
Sul finire del film siamo infatti testimoni di come il futuro Professor X rimanga paralizzato, in una sequenza di eventi che è però in palese contrasto con quanto visto all'inizio di "X-Men: Conflitto finale" e alla fine di "X-Men Origins: Wolverine" in cui uno Xavier già in età matura conserva ancora l'uso delle gambe.
Considerato tra l'altro che il film avrà sicuramente almeno un seguito (quando non addirittura due), non si capisce la fretta con cui abbiano voluto ridurre il giovane Charles in carrozzina.
Nonostante questo pesante svarione e le numerose libertà che la produzione si è presa rispetto al canone degli X-Men, soprattutto per quanto riguarda l'identità delle prime reclute di Xavier, "X-Men: L'inizio" resta comunque un'ottima visione e lascia di certo ben sperare sul futuro cinematografico dei figli dell'atomo.


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mercoledì 8 giugno 2011

Superheroes - Note a margine della seconda puntata

Peter, Mary Jane e la zia May: Certi triangoli sono più assurdi di altri

La prima apparizione di Mary Jane risale al numero 42 di Amazing Spider-Man, in una scena disegnata da John Romita Sr. ormai entrata negli annali dell'Uomo Ragno.
Menzionata già nel numero 15 di lei per anni non vediamo che il corpo; quando alla fine appare, ci viene presentata come un personaggio abbastanza scialbo, la tipica ragazza festaiola senza particolare spessore.
La relazione tra Peter e Mary Jane prosegue secondo i più comuni (e talvolta anche più beceri) canoni da soap-opera: inizialmente terza incomoda tra Peter e Gwen, Mary Jane frequenta Harry Osborn salvo poi lasciarlo e consolare un Peter distrutto dalla morte di Gwen Stacy.
Del rapporto tra Peter e Mary Jane l'evento sicuramente più degno di nota fu il loro matrimonio; celebrato sule pagine di Amazing Spider-Man Annual 21 dopo un appassionato corteggiamento durato addirittura un mese, venne deciso dalle alte sfere Marvel (e dal dittatoriale Jim Shooter) su richiesta di Stan Lee che, avendo fatto sposare i due nelle strisce che scriveva per i quotidiani statunitensi, chiese che la cosa avvenisse anche nella serie regolare.
Da notare che Gwen Stacy venne fatta morire principalmente perché gli autori dell'epoca (tra cui lo stesso Lee) non consideravano narrativamente proficuo un suo matrimonio con Peter.
Superati rapimenti, separazioni, molestie da parte di vari maniaci e finanche un aborto, la coppia Peter/Mary Jane sembrava inattaccabile. I due non avevano purtroppo fatto i conti con il più insidioso dei nemici: la zia May.
L'arzilla megera venne introdotta insieme a suo nipote nel numero 15 di Amazing Fantasy.
Sopravvissuta al suo primo marito (e a voler essere pignoli, anche al secondo...) May fu per Peter sia fonte di conforto che di continue preoccupazioni. Eterna spalla, talvolta quasi una macchietta, assurse a vera gloria solo morendo, in una storia carica di commossa umanità emotiva narrata nelle pagine di Amazing Spider-Man 400.
Colpita da un infarto, l'anziana donna fu dimessa dall'ospedale in tempo per accomiatarsi da amici e parenti. Rivelato a Peter come fosse da anni a conoscenza del suo segreto e quanto ciò la rendesse fiera di lui, esalò alfine l'ultimo respiro.
Purtroppo gli anni 90 sono rimasti nella memoria dei lettori più per le trame risibili che per quelle lodevoli, ecco quindi  che alcuni anni più tardi veniamo a sapere che la donna morta era in realtà un'attrice "geneticamente modificata" assoldata da Norman Osborn. La vera zia May era stata rapita dallo stesso Osborn e tenuta segregata fino a quanto Peter non la trovò a seguito dell'ennesimo scontro tra l'Uomo Ragno e Goblin, tornando così nella vita di Peter e distruggendone, in anni recenti, il matrimonio.
Non avendo mai digerito il modo arbitrario e forzato in cui Peter e Mary Jane venero fatti sposare, Joe Quesada (direttore editoriale della Marvel fino a qualche mese fa) decide di disfarsene nel modo più assurdo possibile dando vita (insieme a Joseph Michael Straczynski) a quella che verrà probabilmente ricordata come una delle trame più ridicole degli ultimi vent'anni.
Colpita per sbaglio da un cecchino che attentava alla vita di Peter, la zia May giace morente in un letto d'ospedale. Incapace di accettare la condizione della zia, Peter cerca aiuto presso chiunque pensa possa aiutarlo. Confrontandosi con l'ineluttabilità della situazione, viene infine avvicinato da Mephisto (una delle tante rappresentazioni Marvel del diavolo) il quale gli propone la salvezza della zia in cambio del suo matrimonio. Dopo una notte di tribolazioni, Peter e Mary Jane alla fine accettano, sacrificando la loro felicità per la salvezza della zia. Ecco quindi che il loro matrimonio, insieme ad anni di storie che da esso scaturirono, viene semplicemente cancellato e Peter si ritrova magicamente a vivere con sua zia. Ed ecco come tre personaggi, che nel corso degli anni erano stati protagonisti di storie sia mirabili che illeggibili, vengono trasformati in caricature di sé stessi, esempio lampante di come per certi sceneggiatori, uno stereotipato status quo sia preferibile ad una credibile evoluzione dei personaggi.

Riferimenti

Scott Tipton - With this ring, I thee web - Dietro le quinte del matrimonio



Superheroes - Seconda puntata

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sabato 28 maggio 2011

Superheroes - Note a margine della prima puntata

L'Uomo Ragno, ossia: Potere agli sfigati

Favorevolmente colpita dal successo dei Fantastici 4, la Marvel era in cerca di concetti per nuovi supereroi.
A voler dar credito alla versione dei fatti narrata da Stan Lee, l'idea per la creazione dell'Uomo Ragno scaturì dalle numerose lettere ricevute in redazione da parte di lettori adolescenziali e pre-adolescenziali e dal rilevare come, all'epoca, i teenager figurassero nelle serie supereroistiche relegate solo al ruolo di spalla dell'eroe principale. Convinta la dirigenza dell'epoca della necessità di un supereroe adolescente, gli venne concesso di pubblicare una storia sull'ultimo numero di una testata ormai votata alla cancellazione: Amazing Fantasy. Se la storia del giovane Peter e del suo battesimo del fuoco non fosse piaciuta, il danno insomma sarebbe stato minimo.
Era l'agosto del 1962.
Contrariamente alle aspettative della dirigenza, la storia fu un successo e la defunta Amazing Fantasy (che chiuse i battenti con l'ormai storico numero 15) fece posto ad Amazing Spider-Man.
Avendo per protagonista un giovane orfano disadattato, la serie presentava alcune peculiarità uniche per l'epoca.
Come già detto Amazing Spider-Man fu la prima serie ad avere per protagonista un teenager. Non godendo né della protezione né dell'insegnamento di un eroe più anziano ed esperiente, Peter deve imparare da sé commettendo errori che a volte si riveleranno tragici.
A questo si aggiunge che il protagonista della serie deve spesso fare i conti con problemi e situazioni reali come le precarie condizioni fisiche ed economiche della sua anziana zia, il suo senso d'inadeguatezza, il senso di colpa per la morte dello zio e così via.
Con la maturazione di Peter e il suo ingresso all'università, la serie divenne inoltre veicolo di tematiche quali la contestazione studentesca e l'abuso di stupefacenti, facendo sì che le istanze sociali dell'America contemporanea trovassero spazio all'interno delle storie.
Furono questi fattori, insieme all'utilizzo di tecniche narrative mutuate dalle soap-opera, che decretarono il successo del personaggio. Successo che (forse incredibilmente) dura tutt'ora, pur con tutti gli alti e bassi fisionomici per un personaggio con alle spalle quasi cinquant'anni di storie e nonostante alcune pessime cadute di stile verificatesi negli ultimi anni.



Gwen Stacy, ossia: La fine dell'innocenza

Personaggio rimasto indelebile tanto nella memoria di Peter Parker quanto in quella dei lettori, Gwen Stacy fece la sua prima apparizione nel numer 31 di Amazing Spider-Man.
Per quanto importante possa essere stata la sua vita o la sua relazione con Peter di cui fu il primo (e forse il più grande) amore, Gwen è certamente ricordata per via della sua tragica morte, decisa con non poco cinismo dagli autori (Gerry Conway, Stan Lee e John Romita Sr.) che sostanzialmente non sapevano più cosa fare di lei.
Condotta sul ponte di Brooklyn da Goblin, ne venne gettata al di sotto nel momento in cui l'Uomo Ragno giunse in cima al ponte stesso e morì a causa del maldestro tentativo di salvataggio da parte dell'ancora inesperto eroe come ha spiegato, tra gli altri, il Dr. James Kakalios dell'Università del Minnesota il quale, in una recente lezione, analizza la morte di Gwen alla luce delle Leggi di Newton.


Per la Storia del fumetto supereroistico, la morte di Gwen è stato un momento epocale: mai prima di allora un comprimario importante come la fidanzata dell'eroe moriva a causa dell'inettitudine dello stesso.
Additata come un esempio lampante dell'implicita misoginia del fumetto supereroistico, la morte di Gwen Stacy viene da molti considerata l'inizio della fine della cosiddetta Silver Age of Comics, facendo da apripista per le trame cupe e ciniche che l'avrebbero fatta da padrone per buona parte degli anni '80.
E forse non è un caso se solo qualche mese più tardi, sempre sulle pagine dell'Uomo Ragno e sempre ad opera di Gerry Conway, avrebbe fatto la sua prima apparizione il Punitore.

Riferimenti

Gerry Conway intervistato a Word Baloon. Al minuto 34 si parla della morte di Gwen
Arnold T. Blumberg - “The Night Gwen Stacy Died: The End of Innocence and the Birth of the Bronze Age”
Women in refrigerators



Norman e Harry Osborn, ossia: La pazzia è un dono di famiglia

La prima apparizione di Goblin non faceva certo presagire granché: un balordo in costume da Halloween che aspirava a diventare il capo della malavita newyorkese.
Apparso per la prima volta su Amazing Spider-Man 14, questo personaggio legato a filo doppio agli Osborn e  a Peter Parker, sarebbe presto diventato il centro di gravità attorno a cui sarebbero orbitati alcuni dei momenti più importanti della carriera dell'Uomo Ragno.
Norman Osborn era un ricco industriale chimico che durante un incidente in laboratorio vide la sua intelligenza e la sua forza aumentare considerevolmente a discapito della propria sanità mentale. Scoperta la vera identità dell'Uomo Ragno, lo rapì solo per smascherarsi a sua volta, rivelando ad un incredulo Peter che dietro la maschera del Goblin si celava il padre di quello che sarebbe presto diventato il suo migliore amico. Nella lotta che ne seguì, Norman riportò ferite alla testa che lo lasciarono vittima di amnesia; quello che poteva sembrare un lieto fine agrodolce si sarebbe invece rivelato essere l'inizio di un incubo.
Oscillando continuamente tra lucidità e follia, Norman continuò a perseguitare Peter fino al tragico momento in cui gettò un'inerme Gwen Stacy giù dal ponte di Brooklyn, morendo a sua volta nello scontro successivo impalato dal suo stesso aliante, lasciandosi alle spalle un figlio orfano e ben pochi rimpianti.
Schiacciato tra una madre morta di cui non conserva alcun ricordo e un padre distante e autoritario Harry crebbe rifugiandosi in comportamenti autodistruttivi, alternando dipendenza da stupefacenti a lunghi periodi di riabilitazione.
L'ormai nota "trilogia della droga" apparsa nei numeri 96, 97 e 98  di Amazing Spider-Man segnò a sua volta un'importante svolta nella Storia del fumetto statunitense.
Distrutto dalla fine della sua relazione con Mary Jane, Harry (che all'epoca condivideva l'appartamento con Peter) si rifugiò nelle droghe e fu trovato agonizzante sul proprio letto da uno sconvolto Peter.
Nonostante fu scritta da Stan Lee su esplicita richiesta del Ministero della Salute statunitense (preoccupato per il dilagare delle droghe nel mondo giovanile), la storia incontrò la disapprovazione del comitato di autocensura dei comics, il famigerato Comics Code Autority. Le regole dell'epoca proibivano infatti qualunque riferimento all'uso di stupefacenti, anche in una storia di chiara ed aperta denuncia come quella in questione. La Marvel decise dunque di pubblicare i tre albi senza l'approvazione del Comics Code. La storia fu un tale successo che il comitato fu costretto a prenderne atto e a rivedere le proprie regole.
Superata la prima crisi, la tragedia per Harry e Peter era comunque dietro l'angolo.
Testimone della battaglia finale tra il Goblin e l'Uomo Ragno, Harry scopre nel modo peggiore possibile il segreto del padre; spogliatolo dei panni di Goblin per preservarne la memoria, incolpò l'Uomo Ragno della sua morte. Condividendo l'appartamento con Peter, non passò molto tempo prima che ne scoprisse la doppia identità; sconvolto dalla scoperta, veste i panni di Goblin per vendicare la morte del padre, venendo semplicemente tramortito da Peter (che non vuole ferire l'amico fraterno) e consegnato alla polizia che, giudicandolo in preda a deliri allucinatori, lo affida alle cure di un ospedale psichiatrico dal quale viene rilasciato anni dopo, presumibilmente guarito.
Ripreso momentaneamente il controllo della propria vita, Harry si sposa e ha un figlio cui da il nome di Norman; la fine del suo matrimonio e le difficoltà finanziarie delle industrie Osborn, compromettono però il suo già precario equilibrio psichico. Indossati nuovamente i panni del folletto verde, rapisce Mary Jane per usarla come esca in una trappola mortale. Durante il combattimento, somministra all'Uomo Ragno una tossina paralizzante e gli rivela il suo delirante piano: l'edificio esploderà presto, liberando finalmente il mondo della presenza di entrambi.
Resosi però conto che Mary Jane e il figlio Norman sono ancora nell'edificio, Harry li trae in salvo e, in un ultimo istante di lucidità, torna indietro appena in tempo per salvare l'amico di sempre, stramazzando infine al suolo in preda alle convulsioni causategli dalle droghe sotto il cui effetto si trovava.
Morirà in ambulanza tra le braccia di un disperato Uomo Ragno.
Purtroppo nel fumetto supereroistico, le morti sono raramente definitive ed è così che entrambi gli Osborn sono tornati di scena.
Tornato in scena grazie ad una delle tante trame balorde che infestavano le storie del Ragno nella seconda metà degli anni '90, Norman Osborn è stato se non altro protagonista di alcuni interessanti sviluppi legati alle recenti Civil War e Dark Reign.
Non altrettanto fortunato è stato suo figlio Harry.
Letteralmente resuscitato (la sua morte fu semplicemente "cancellata dall'esistenza"...) durante le mai troppo vituperate One More Day e Brand New Day, è tornato nella vita dell'Uomo Ragno per essere protagonista di storie per nulla degne di nota che per di più hanno vanificato il senso della sua tragica morte.

Riferimenti

Conversazione tra Stan Lee e Roy Thomas. Tra gli argomenti trattati, anche gli eventi legati alla cosiddetta "trilogia della droga".



Un paio di considerazioni tecniche sulla trasmissione

A conti fatti, non è andata poi malaccio.
A parte un piccolo crash del programma che gestisce lo streaming verso la fine della trasmissione, che si può intuire da una serie di imprecazioni a stento soffocate da parte mia, direi che forse parlavamo un po' troppo e di tanto in tanto ci è scappata qualche imprecisione, ma come debutto direi che non c'è male.
Se avete altro tempo da sprecare ci si sente mercoledì prossimo...



Superheroes - Prima puntata

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mercoledì 25 maggio 2011

Radio days

Visto che in questi giorni il fancazzo si taglia col coltello, tra letture compulsive, invio di curricula, code all'ufficio di collocamento e quant'altro, mi sono fatto coinvolgere da un gruppo di amici nel progetto di una web radio.
La radio a dire il vero è già attiva da circa un anno, io mi limito a balzare sul treno in corsa con un programma settimanale. D'altronde il bello di internet è proprio questo, no? Ogni idiota è libero di dar fiato alle trombe e questo punto mancavo solo io. Questo blog non spreca già abbastanza tempo altrui? Aggiungiamo anche la mia voce sgraziata.
Gli indizi dell'imminente catastrofe d'altro canto c'erano tutti: la comparsa del radio player alla mia destra, il mio repentino ritorno su facebook a scopo (parzialmente) promozionale e, non ultima, la mia presenza (fortunatamente non pubblicizzata) come ospite in un paio di trasmissioni condotte da un mio amico, che se non altro avete avuto la fortunata di perdervi.
Tagliando corto, di cosa parlerò?
Di fumetti, ovvio. Di che altro avrei potuto parlare.
Ogni mercoledì sera alle 20.00, avrete la possibilità di ascoltare la mia melodica vocina spargere deliri su balordi in calzamaglia e quant'altro ci propini l'editoria popolare statunitense.
L'idea sarebbe addirittura di sproloquiare per un'ora in radio e poi approfondire qui gli argomenti della puntata.
Resisterò? Darò fuoco ai locali della radio? Verrò cacciato dopo appena mezz'ora di deliri?
Sinceramente non ne ho idea.
Non so neanche che seguito possa avere una cosa del genere, d'altronde ho già pontificato alla nausea su quello che penso in merito alle presunte potenzialità di facebook come mezzo pubblicitario e aggregativo.
Alla fine è solo un modo come un altro per far passare un paio d'ore.
Lo so che la cosa potrà apparire masturbatoria e a tratti solipsista, ma in fin dei conti che cos'è questo famigerato web 2.0 se non un'enorme sega collettiva?


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lunedì 23 maggio 2011

Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?

Poco più di un anno fa mi sbarazzavo del mio account su facebook.
In questo anno, l'assenza dell'onnipresente figlio di Mark Zuckerberg non si è fatta pressoché sentire e anzi mi ha dato l'occasione di verificare una serie di riflessioni che avevo già fatto sull'argomento.
Spesso e volentieri infatti mi capitava di essere protagonista di conversazioni più o meno simili a questa:

Amico: Ma io ti ho su facebook, vero?
Io: Veramente sono mesi che ho cancellato il mio account.
Amico: Ma che, davvero?
Io: Sì
Amico: Ah, non me n'ero accorto...


Se credete che scherzi, probabilmente avete bisogno di riconsiderare la vostra presenza sul social network del momento o, quanto meno, la natura passiva della stessa. Perché in effetti, per assurdo che possa sembrare, l'essenza di FB non è la visibilità ma l'invisibilità.
Per dirla con Nanni Moretti: "Mi si nota di più se non vengo o se vengo e sto in disparte"?
Nel mondo del quarto d'ora di celebrità e dei reality show, chi pensa che per essere bisogni essere su facebook non si rende conto della facilità con cui la presenza su facebook tenda a farci scomparire piuttosto che apparire.
E allora, che ci torno a fare? Perché è di questo, se non l'aveste capito, che sto parlando.
Beh, se consideriamo che per andarmene non avevo alcuna particolare ragione, non vedo perché dovrei averne per tornare. Ma a dire il vero due ragioni per tornare ce le ho. Due ragioni idiote, futili e se si vuole anche vanesie, ma pur sempre due ragioni.
Una, forse la più idiota, la rivelerò da qui a qualche giorno.
L'altra è più una sorta di curiosità.
Sostanzialmente ho voglia di vedere se quest'anno di assenza ha fatto di me un utente più consapevole (di cosa, poi, non si sa...) o se da qui a qualche giorno mi perderò nuovamente nel mare magnum di imbecillità del social networking.
Consideratela, se vi va, la seconda parte di un esperimento in itinere.
Staremo a vedere. (Ma noi chi, poi?)

P.S.: Già mi immagino gli anatemi di una certa persona...


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sabato 7 maggio 2011

Umbra ex machina

Il fumetto supereroistico è spesso guardato con sufficienza da entrambi i lati della barricata, vale a dire sia dai lettori che dai non lettori di fumetti.
Soprattutto in questi giorni in cui presunti intellettuali si allargano la bocca con il termine "Graphic Novel" e in cui Hollywood saccheggia a man bassa fumetti di vario genere, i benefattori in mutandoni vengono spesso considerati (talvolta anche a ragion veduta) come una sorta di fratello povero della fantascienza, quando non addirittura intrattenimento di basso livello.
La predominanza del genere supereroistico all'interno del panorama fumettistico statunitense è da ricercarsi in ragioni storiche e sociali con le quali al momento non mi voglio dilungare, resto comunque dell'idea che se nel corso degli anni questo genere ha continuato (seppur con alterne fortune) a riscuotere il favore del pubblico (e non solo) ciò lo si deve a quella che ritengo essere la sua principale caratteristica: quella di costituire una facile metafora per affrontare qualsivoglia argomento.
Negli ultimi sei anni, Ex Machina di Brian K. Vaughan e Tony Harris è stato l'esempio più lampante di questa peculiarità.
Narrata in maniera non lineare, la serie oscilla costantemente tra eventi presenti e passati o sarebbe meglio dire tra passato prossimo e passato remoto, visto che è chiaro già dalla prima pagina che tutto viene narrato in retrospettiva, vale a dire a fatti compiuti. È così che Ex Machina diventa una storia in cui le cose non dette pesano quanto quelle dette e le gesta eroiche di Mitchell Hudered (alias La Grande Macchina) vengono narrate solo tramite flashback, mentre il fulcro della serie è invece costituito dalla sua politica.
Ma procediamo con ordine.
Tutto comincia quando Mitchell Hundered, un ingegnere civile di New York, ha un incidente durante un sopralluogo sul ponte di Brooklyn. Al suo risveglio Mitchell scopre di avere acquistato il singolare potere di comunicare con qualunque congegno, meccanico o elettronico che sia. Cresciuto, come si suol dire, a pane e fumetti decide di diventare il primo (ed unico) super-eroe del mondo. Dopo una serie di exploit, durante uno dei quali salva addirittura una delle Torri durante gli attacchi dell'undici settembre, si rende conto della futilità del suo operato e decide di dover operare su più larga scala, abbandonando quindi la sua carriera superoistica per dedicarsi alla politica e candidandosi alla carica di Sindaco di New York.
La serie è appunto una cronaca del suo primo e unico mandato come sindaco della grande mela, di come il suo passato da super-eroe lo perseguiti e del tragico modo in cui alla fine lo raggiunge.
Muovendosi costantemente tra le scelte politiche del sindaco Hundered e le imprese de La Grande Macchina, queste ultime piuttosto che ricordi di giorni felici appaiono come uno spettro che aleggia sul futuro dei protagonisti, soprattutto per via del mistero che circonda l'origine e la reale natura dei poteri di Mitchell.
Risolvendo questo mistero solo parzialmente sul finire della serie, Vaughan crea volutamente più domande che risposte.
Con il suo finale amaro, l'ombra di una possibile invasione e i pesanti dubbi sulla moralità del suo protagonista principale, Ex Machina è una lucida riflessione sulla morte degli ideali e sui compromessi che si è costretti ad accettare per raggiungere i propri scopi.
Non male per un prodotto che dovrebbe essere solo intrattenimento di basso livello...


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sabato 30 aprile 2011

San Carpentiere alla conquista del Nuovo Messico.

"Venerdì 29 Aprile. Ore 22.20 Cinema Alfieri. Thor. Chi c'è, c'è. Organizzatevi".
Con questo SMS tutt'altro che conciliante comunico agli interessati la mia intenzione di andare a vedere l'ultimo Marvel-movie costi quel che costi. Alla fine ci siamo andati in pochi ma i fatti ci hanno dato ragione.
Dopo la moderata delusione di Iron-Man 2 il film di Kenneth Branagh ha invece retto piacevolmente alle aspettative.
Le due ora abbondanti del film scorrono senza problemi, nonostante un 3D che a volte appare totalmente superfluo, e sebbene appaia ovvio che Branagh sia più a suo agio nelle scene ambientate su Asgard, ha comunque il merito non da poco di aver saputo trovare il giusto equilibrio tra la poesia delle ambientazioni "celesti" e la prosa delle scene "mondane", girate con la giusta ironia e senza prendersi troppo sul serio.
Sotto un aspetto puramente visivo, le scene su Asgard sono forse il punto forte della pellicola, soprattutto per i Kirbyani incalliti come me che nelle iperboliche scenografie del film non possono non ritrovare tutta la grandeur delle tavole del Re; dando inoltre al regista la possibilità di inserire le tematiche Shakespeariane a lui tanto care.
Le scene sulla terra (ambientate in Nuovo Messico), hanno inoltre il pregio di richiamare il progetto di un universo coeso senza ricorrere alle forzature di Iron-Man 2; con i casuali riferimenti a Tony Stark, la presenza dell'agente S.H.I.E.L.D Paul Caulson (vero collante di tutti i film girati sinora) e soprattutto i cameo dell'agente Barton e di un corpulento agente di colore (chiaro riferimento a Luke Cage) che rimandano al venturo film dedicato ai Vendicatori, previsto per il 2012 e introdotto dall'ormai immancabile scena nascosta alla fine dei titoli di coda.
Per quanto riguarda l'interpretazione e l'approfondimento dei personaggi spicca tra tutti il triangolo Thor/Odino/Loki, con i due figli in competizione per ottenere l'approvazione del padre, che dà a Loki una profondità che a volte non ha nei fumetti, togliendogli di dosso la patina di cattivo tout-court e creando con Thor la giusta (seppur scontata) contrapposizione tra il guerriero arrogante e sventato ed il subdolo stratega. Va da sé che Antony Hopkins non ha bisogno di commenti né tanto meno della mia approvazione, dando al ruolo del Signore di Asgard la giusta regalità, sebbene si abbia talvolta l'impressione che il suo sia più un cameo d'eccellenza (che comunque non dispiace) che una reale partecipazione al film, visto che i protagonisti sono, ovviamente, altri.
Tra tutti, il personaggio forse meno sviluppato, è quello di Jane Foster, interpretato da una Nathalie Portman che a volte non appare del tutto a suo agio nella parte.
Nel complesso comunque il film è davvero un'ottima visione e rischia di essere il miglior prodotto Marvel realizzato sul grande schermo a tutt'oggi.
Prossimo appuntamento: Capitan America, previsto per il 27 luglio.

Un'ultima nota; anche questa volta mi trovo stranamente d'accordo con il giudizio espresso da Paolo Mereghetti. Secondo voi, dei due, chi si sta rincoglionendo?


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giovedì 17 marzo 2011

Centocianquant'anni nonostante il vaticano

Se è vero che la notte porta consiglio è anche vero che lava via qualche amarezza. Ed è così che, complice la bella giornata e la contemplazione del monumento a Garibaldi in Via Etnea, mi sono ritrovato a riflettere su quel giorno di centocinquant'anni fa in cui il Vittorio Emanuele II fu proclamato Re d'Italia dal Parlamento Sublapino.
Mi sono trovato soprattutto a riflettere su un particolare che in queste occasioni celbrative viene spesso trascurato, sul fatto cioè che le battaglie risorgimentali furono condotte anche contro la chiesa cattolica. Non ci dimentichiamo infatti che il vaticano fu uno dei principali oppositori all'unificazione d'Italia; tant'è che nel monumento equestre che poggia sul Gianicolo, lo sguardo di Garibaldi era originariamente rivolto al Vaticano, a testimoniare la volontà del Generale di conquistare anche quell'ultimo colle.
Ecco quindi il mio umile, sommesso, sucuramente inadeguato omaggio a quegli uomini che fecero l'Italia.
Contro tutto e contro tutti.
Anche contro cristo, il papa e i preti.



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!ailatI onnaelpmoC nouB

Non so se sia più tragico o più comico che ci si trovi a festeggiare i 150 anni dell'Unità d'Italia mentre a Palazzo Chigi siede quello che verrà sicuramente ricordato come il più anti-patriottico dei governi della Storia Patria.
Sta il fatto che non trovo le parole adatte per esprimere con esattezza i sentimenti che questa data dovrebbe evocare in me e come questi contrastino con il disgusto generato dall'attuale classe dirigente. Non ci riesco anche perché, come spesso avviene in questi casi, qualcuno lo ha fatto meglio di me.
Questo qualcuno è Michele Salvemini, detto anche Caparezza, che con uno dei suoi brani più politici, memore forse di un vecchio articolo di Pasolini, sfoga tutta la sua amarezza contro una classe politica che, tronfia del proprio potere, abbandona ben volentieri ogni ideale di politica intesa come servizio a favore dello spettacolo indecoroso offertoci nel corso degli ultimi anni.
Abbandono quindi ogni indugio e lascio dire a Capa quello per cui io non trovo le parole. 

Caparezza - Non siete Stato voi

Non siete Stato voi
che parlate di libertà
come si parla di una notte brava dentro i lupanari.
Non siete Stato voi
che trascinate la Nazione dentro il buio
ma vi divertite a fare i luminari.
Non siete Stato voi
che siete uomini di polso
forse perché circondati da una manica di idioti.
Non siete Stato voi
che sventolate il Tricolore come in curva
e tanto basta per sentirvi patrioti.
Non siete Stato voi né il vostro parlamento d'idolatri
pronti a tutto per ricevere un'udienza.
Non siete Stato voi
che comprate voti con la propaganda
ma non ne pagate mai la conseguenza.
Non siete Stato voi
che stringete tra le dita
il rosario dei sondaggi sperando che vi rinfranchi.
Non siete Stato voi
che risolvete il dramma dei disoccupati
andando nei salotti a fare i saltimbanchi.
Non siete Stato voi. Non siete Stato, voi.

Non siete Stato voi
uomini boia con la divisa
che ammazzate di percosse i detenuti.
Non siete Stato voi
con gli anfibi sulle facce disarmate
prese a calci come sacchi di rifiuti.
Non siete Stato voi
che mandate i vostri figli al fronte
come una carogna da una iena che la spolpa.
Non siete Stato voi
che rimboccate le bandiere sulle bare
per addormentare ogni senso di colpa.
Non siete Stato voi
maledetti forcaioli impreparati
sempre in cerca di un nemico per la lotta.
Non siete Stato voi
che brucereste come streghe gli immigrati
salvo venerare quello nella grotta.
Non siete Stato voi
col busto del Duce sugli scrittoi
e la Costituzione sotto i piedi.
Non siete Stato voi
che meritereste d'essere estirpati
come la malerba dalle vostre sedi.
Non siete Stato voi. Non siete Stato, voi.

Non siete Stato voi
che brindate con il sangue di chi tenta di far luce sulle vostre vite oscure.
Non siete Stato voi
che vorreste dare voce a quotidiani di partito muti come sepolture.
Non siete Stato voi
che fate leggi su misura
come un paio di mutande a seconda dei genitali.
Non siete Stato voi
che trattate chi vi critica come un randagio
a cui tagliare le corde vocali.
Non siete Stato voi, servi!
Che avete noleggiato costumi da sovrani
con soldi immeritati.
Siete voi confratelli di una loggia
che poggia sul valore dei privilegiati come voi
che i mafiosi li chiamate eroi e che il corrotto lo chiamate pio!
E ciascuno di voi, implicato in ogni sorta di reato
fissa il magistrato e poi giura su Dio: "Non sono stato io!".
 

Che altro dire. Buon Compleanno Italia, nonostante tutto. Anzi, tanti auguri, che in queste circostanze mi sembra più appropriato.
E scusami se ti ho messo addosso il vestito vecchio, quello nuovo non è ridotto molto bene...


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giovedì 24 febbraio 2011

Inaugurando "La cazzata del giorno"

Ovvero: "Come uscirsene con un centesimo post in cui non si parla di un cazzo..."
Complici il fancazzo, l'indolenza e, almeno in parte, anche twitter, di recente una serie di cazzate mi affollano la mente. Cazzate, ahimè, troppo brevi per riempire un post ma troppo lunghe per entrare in un tweet, a meno, ovviamente, di non volersi produrre in bombardamenti alla Di Pietro...
E quindi?
E quindi ecco giungere in aiuto il solito Mastrangeli che saggiamente mi consiglia l'apertura di una pagina a contenuto satirico-aforistico, sulla falsariga del suo ormai celeberrimo NOTD.
Sia, come sia, eccola qua.
O meglio eccola la.
Dove? Semplice, nel tab accanto a "Home"
Con cosa si comincia?
Mi sembra ovvio. Con l'argomento preferito da ogni imbecille. Ovverosia: Il Cavalier San Banana...


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