sabato 28 maggio 2011

Superheroes - Note a margine della prima puntata

L'Uomo Ragno, ossia: Potere agli sfigati

Favorevolmente colpita dal successo dei Fantastici 4, la Marvel era in cerca di concetti per nuovi supereroi.
A voler dar credito alla versione dei fatti narrata da Stan Lee, l'idea per la creazione dell'Uomo Ragno scaturì dalle numerose lettere ricevute in redazione da parte di lettori adolescenziali e pre-adolescenziali e dal rilevare come, all'epoca, i teenager figurassero nelle serie supereroistiche relegate solo al ruolo di spalla dell'eroe principale. Convinta la dirigenza dell'epoca della necessità di un supereroe adolescente, gli venne concesso di pubblicare una storia sull'ultimo numero di una testata ormai votata alla cancellazione: Amazing Fantasy. Se la storia del giovane Peter e del suo battesimo del fuoco non fosse piaciuta, il danno insomma sarebbe stato minimo.
Era l'agosto del 1962.
Contrariamente alle aspettative della dirigenza, la storia fu un successo e la defunta Amazing Fantasy (che chiuse i battenti con l'ormai storico numero 15) fece posto ad Amazing Spider-Man.
Avendo per protagonista un giovane orfano disadattato, la serie presentava alcune peculiarità uniche per l'epoca.
Come già detto Amazing Spider-Man fu la prima serie ad avere per protagonista un teenager. Non godendo né della protezione né dell'insegnamento di un eroe più anziano ed esperiente, Peter deve imparare da sé commettendo errori che a volte si riveleranno tragici.
A questo si aggiunge che il protagonista della serie deve spesso fare i conti con problemi e situazioni reali come le precarie condizioni fisiche ed economiche della sua anziana zia, il suo senso d'inadeguatezza, il senso di colpa per la morte dello zio e così via.
Con la maturazione di Peter e il suo ingresso all'università, la serie divenne inoltre veicolo di tematiche quali la contestazione studentesca e l'abuso di stupefacenti, facendo sì che le istanze sociali dell'America contemporanea trovassero spazio all'interno delle storie.
Furono questi fattori, insieme all'utilizzo di tecniche narrative mutuate dalle soap-opera, che decretarono il successo del personaggio. Successo che (forse incredibilmente) dura tutt'ora, pur con tutti gli alti e bassi fisionomici per un personaggio con alle spalle quasi cinquant'anni di storie e nonostante alcune pessime cadute di stile verificatesi negli ultimi anni.



Gwen Stacy, ossia: La fine dell'innocenza

Personaggio rimasto indelebile tanto nella memoria di Peter Parker quanto in quella dei lettori, Gwen Stacy fece la sua prima apparizione nel numer 31 di Amazing Spider-Man.
Per quanto importante possa essere stata la sua vita o la sua relazione con Peter di cui fu il primo (e forse il più grande) amore, Gwen è certamente ricordata per via della sua tragica morte, decisa con non poco cinismo dagli autori (Gerry Conway, Stan Lee e John Romita Sr.) che sostanzialmente non sapevano più cosa fare di lei.
Condotta sul ponte di Brooklyn da Goblin, ne venne gettata al di sotto nel momento in cui l'Uomo Ragno giunse in cima al ponte stesso e morì a causa del maldestro tentativo di salvataggio da parte dell'ancora inesperto eroe come ha spiegato, tra gli altri, il Dr. James Kakalios dell'Università del Minnesota il quale, in una recente lezione, analizza la morte di Gwen alla luce delle Leggi di Newton.


Per la Storia del fumetto supereroistico, la morte di Gwen è stato un momento epocale: mai prima di allora un comprimario importante come la fidanzata dell'eroe moriva a causa dell'inettitudine dello stesso.
Additata come un esempio lampante dell'implicita misoginia del fumetto supereroistico, la morte di Gwen Stacy viene da molti considerata l'inizio della fine della cosiddetta Silver Age of Comics, facendo da apripista per le trame cupe e ciniche che l'avrebbero fatta da padrone per buona parte degli anni '80.
E forse non è un caso se solo qualche mese più tardi, sempre sulle pagine dell'Uomo Ragno e sempre ad opera di Gerry Conway, avrebbe fatto la sua prima apparizione il Punitore.

Riferimenti

Gerry Conway intervistato a Word Baloon. Al minuto 34 si parla della morte di Gwen
Arnold T. Blumberg - “The Night Gwen Stacy Died: The End of Innocence and the Birth of the Bronze Age”
Women in refrigerators



Norman e Harry Osborn, ossia: La pazzia è un dono di famiglia

La prima apparizione di Goblin non faceva certo presagire granché: un balordo in costume da Halloween che aspirava a diventare il capo della malavita newyorkese.
Apparso per la prima volta su Amazing Spider-Man 14, questo personaggio legato a filo doppio agli Osborn e  a Peter Parker, sarebbe presto diventato il centro di gravità attorno a cui sarebbero orbitati alcuni dei momenti più importanti della carriera dell'Uomo Ragno.
Norman Osborn era un ricco industriale chimico che durante un incidente in laboratorio vide la sua intelligenza e la sua forza aumentare considerevolmente a discapito della propria sanità mentale. Scoperta la vera identità dell'Uomo Ragno, lo rapì solo per smascherarsi a sua volta, rivelando ad un incredulo Peter che dietro la maschera del Goblin si celava il padre di quello che sarebbe presto diventato il suo migliore amico. Nella lotta che ne seguì, Norman riportò ferite alla testa che lo lasciarono vittima di amnesia; quello che poteva sembrare un lieto fine agrodolce si sarebbe invece rivelato essere l'inizio di un incubo.
Oscillando continuamente tra lucidità e follia, Norman continuò a perseguitare Peter fino al tragico momento in cui gettò un'inerme Gwen Stacy giù dal ponte di Brooklyn, morendo a sua volta nello scontro successivo impalato dal suo stesso aliante, lasciandosi alle spalle un figlio orfano e ben pochi rimpianti.
Schiacciato tra una madre morta di cui non conserva alcun ricordo e un padre distante e autoritario Harry crebbe rifugiandosi in comportamenti autodistruttivi, alternando dipendenza da stupefacenti a lunghi periodi di riabilitazione.
L'ormai nota "trilogia della droga" apparsa nei numeri 96, 97 e 98  di Amazing Spider-Man segnò a sua volta un'importante svolta nella Storia del fumetto statunitense.
Distrutto dalla fine della sua relazione con Mary Jane, Harry (che all'epoca condivideva l'appartamento con Peter) si rifugiò nelle droghe e fu trovato agonizzante sul proprio letto da uno sconvolto Peter.
Nonostante fu scritta da Stan Lee su esplicita richiesta del Ministero della Salute statunitense (preoccupato per il dilagare delle droghe nel mondo giovanile), la storia incontrò la disapprovazione del comitato di autocensura dei comics, il famigerato Comics Code Autority. Le regole dell'epoca proibivano infatti qualunque riferimento all'uso di stupefacenti, anche in una storia di chiara ed aperta denuncia come quella in questione. La Marvel decise dunque di pubblicare i tre albi senza l'approvazione del Comics Code. La storia fu un tale successo che il comitato fu costretto a prenderne atto e a rivedere le proprie regole.
Superata la prima crisi, la tragedia per Harry e Peter era comunque dietro l'angolo.
Testimone della battaglia finale tra il Goblin e l'Uomo Ragno, Harry scopre nel modo peggiore possibile il segreto del padre; spogliatolo dei panni di Goblin per preservarne la memoria, incolpò l'Uomo Ragno della sua morte. Condividendo l'appartamento con Peter, non passò molto tempo prima che ne scoprisse la doppia identità; sconvolto dalla scoperta, veste i panni di Goblin per vendicare la morte del padre, venendo semplicemente tramortito da Peter (che non vuole ferire l'amico fraterno) e consegnato alla polizia che, giudicandolo in preda a deliri allucinatori, lo affida alle cure di un ospedale psichiatrico dal quale viene rilasciato anni dopo, presumibilmente guarito.
Ripreso momentaneamente il controllo della propria vita, Harry si sposa e ha un figlio cui da il nome di Norman; la fine del suo matrimonio e le difficoltà finanziarie delle industrie Osborn, compromettono però il suo già precario equilibrio psichico. Indossati nuovamente i panni del folletto verde, rapisce Mary Jane per usarla come esca in una trappola mortale. Durante il combattimento, somministra all'Uomo Ragno una tossina paralizzante e gli rivela il suo delirante piano: l'edificio esploderà presto, liberando finalmente il mondo della presenza di entrambi.
Resosi però conto che Mary Jane e il figlio Norman sono ancora nell'edificio, Harry li trae in salvo e, in un ultimo istante di lucidità, torna indietro appena in tempo per salvare l'amico di sempre, stramazzando infine al suolo in preda alle convulsioni causategli dalle droghe sotto il cui effetto si trovava.
Morirà in ambulanza tra le braccia di un disperato Uomo Ragno.
Purtroppo nel fumetto supereroistico, le morti sono raramente definitive ed è così che entrambi gli Osborn sono tornati di scena.
Tornato in scena grazie ad una delle tante trame balorde che infestavano le storie del Ragno nella seconda metà degli anni '90, Norman Osborn è stato se non altro protagonista di alcuni interessanti sviluppi legati alle recenti Civil War e Dark Reign.
Non altrettanto fortunato è stato suo figlio Harry.
Letteralmente resuscitato (la sua morte fu semplicemente "cancellata dall'esistenza"...) durante le mai troppo vituperate One More Day e Brand New Day, è tornato nella vita dell'Uomo Ragno per essere protagonista di storie per nulla degne di nota che per di più hanno vanificato il senso della sua tragica morte.

Riferimenti

Conversazione tra Stan Lee e Roy Thomas. Tra gli argomenti trattati, anche gli eventi legati alla cosiddetta "trilogia della droga".



Un paio di considerazioni tecniche sulla trasmissione

A conti fatti, non è andata poi malaccio.
A parte un piccolo crash del programma che gestisce lo streaming verso la fine della trasmissione, che si può intuire da una serie di imprecazioni a stento soffocate da parte mia, direi che forse parlavamo un po' troppo e di tanto in tanto ci è scappata qualche imprecisione, ma come debutto direi che non c'è male.
Se avete altro tempo da sprecare ci si sente mercoledì prossimo...



Superheroes - Prima puntata

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mercoledì 25 maggio 2011

Radio days

Visto che in questi giorni il fancazzo si taglia col coltello, tra letture compulsive, invio di curricula, code all'ufficio di collocamento e quant'altro, mi sono fatto coinvolgere da un gruppo di amici nel progetto di una web radio.
La radio a dire il vero è già attiva da circa un anno, io mi limito a balzare sul treno in corsa con un programma settimanale. D'altronde il bello di internet è proprio questo, no? Ogni idiota è libero di dar fiato alle trombe e questo punto mancavo solo io. Questo blog non spreca già abbastanza tempo altrui? Aggiungiamo anche la mia voce sgraziata.
Gli indizi dell'imminente catastrofe d'altro canto c'erano tutti: la comparsa del radio player alla mia destra, il mio repentino ritorno su facebook a scopo (parzialmente) promozionale e, non ultima, la mia presenza (fortunatamente non pubblicizzata) come ospite in un paio di trasmissioni condotte da un mio amico, che se non altro avete avuto la fortunata di perdervi.
Tagliando corto, di cosa parlerò?
Di fumetti, ovvio. Di che altro avrei potuto parlare.
Ogni mercoledì sera alle 20.00, avrete la possibilità di ascoltare la mia melodica vocina spargere deliri su balordi in calzamaglia e quant'altro ci propini l'editoria popolare statunitense.
L'idea sarebbe addirittura di sproloquiare per un'ora in radio e poi approfondire qui gli argomenti della puntata.
Resisterò? Darò fuoco ai locali della radio? Verrò cacciato dopo appena mezz'ora di deliri?
Sinceramente non ne ho idea.
Non so neanche che seguito possa avere una cosa del genere, d'altronde ho già pontificato alla nausea su quello che penso in merito alle presunte potenzialità di facebook come mezzo pubblicitario e aggregativo.
Alla fine è solo un modo come un altro per far passare un paio d'ore.
Lo so che la cosa potrà apparire masturbatoria e a tratti solipsista, ma in fin dei conti che cos'è questo famigerato web 2.0 se non un'enorme sega collettiva?


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lunedì 23 maggio 2011

Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?

Poco più di un anno fa mi sbarazzavo del mio account su facebook.
In questo anno, l'assenza dell'onnipresente figlio di Mark Zuckerberg non si è fatta pressoché sentire e anzi mi ha dato l'occasione di verificare una serie di riflessioni che avevo già fatto sull'argomento.
Spesso e volentieri infatti mi capitava di essere protagonista di conversazioni più o meno simili a questa:

Amico: Ma io ti ho su facebook, vero?
Io: Veramente sono mesi che ho cancellato il mio account.
Amico: Ma che, davvero?
Io: Sì
Amico: Ah, non me n'ero accorto...


Se credete che scherzi, probabilmente avete bisogno di riconsiderare la vostra presenza sul social network del momento o, quanto meno, la natura passiva della stessa. Perché in effetti, per assurdo che possa sembrare, l'essenza di FB non è la visibilità ma l'invisibilità.
Per dirla con Nanni Moretti: "Mi si nota di più se non vengo o se vengo e sto in disparte"?
Nel mondo del quarto d'ora di celebrità e dei reality show, chi pensa che per essere bisogni essere su facebook non si rende conto della facilità con cui la presenza su facebook tenda a farci scomparire piuttosto che apparire.
E allora, che ci torno a fare? Perché è di questo, se non l'aveste capito, che sto parlando.
Beh, se consideriamo che per andarmene non avevo alcuna particolare ragione, non vedo perché dovrei averne per tornare. Ma a dire il vero due ragioni per tornare ce le ho. Due ragioni idiote, futili e se si vuole anche vanesie, ma pur sempre due ragioni.
Una, forse la più idiota, la rivelerò da qui a qualche giorno.
L'altra è più una sorta di curiosità.
Sostanzialmente ho voglia di vedere se quest'anno di assenza ha fatto di me un utente più consapevole (di cosa, poi, non si sa...) o se da qui a qualche giorno mi perderò nuovamente nel mare magnum di imbecillità del social networking.
Consideratela, se vi va, la seconda parte di un esperimento in itinere.
Staremo a vedere. (Ma noi chi, poi?)

P.S.: Già mi immagino gli anatemi di una certa persona...


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sabato 7 maggio 2011

Umbra ex machina

Il fumetto supereroistico è spesso guardato con sufficienza da entrambi i lati della barricata, vale a dire sia dai lettori che dai non lettori di fumetti.
Soprattutto in questi giorni in cui presunti intellettuali si allargano la bocca con il termine "Graphic Novel" e in cui Hollywood saccheggia a man bassa fumetti di vario genere, i benefattori in mutandoni vengono spesso considerati (talvolta anche a ragion veduta) come una sorta di fratello povero della fantascienza, quando non addirittura intrattenimento di basso livello.
La predominanza del genere supereroistico all'interno del panorama fumettistico statunitense è da ricercarsi in ragioni storiche e sociali con le quali al momento non mi voglio dilungare, resto comunque dell'idea che se nel corso degli anni questo genere ha continuato (seppur con alterne fortune) a riscuotere il favore del pubblico (e non solo) ciò lo si deve a quella che ritengo essere la sua principale caratteristica: quella di costituire una facile metafora per affrontare qualsivoglia argomento.
Negli ultimi sei anni, Ex Machina di Brian K. Vaughan e Tony Harris è stato l'esempio più lampante di questa peculiarità.
Narrata in maniera non lineare, la serie oscilla costantemente tra eventi presenti e passati o sarebbe meglio dire tra passato prossimo e passato remoto, visto che è chiaro già dalla prima pagina che tutto viene narrato in retrospettiva, vale a dire a fatti compiuti. È così che Ex Machina diventa una storia in cui le cose non dette pesano quanto quelle dette e le gesta eroiche di Mitchell Hudered (alias La Grande Macchina) vengono narrate solo tramite flashback, mentre il fulcro della serie è invece costituito dalla sua politica.
Ma procediamo con ordine.
Tutto comincia quando Mitchell Hundered, un ingegnere civile di New York, ha un incidente durante un sopralluogo sul ponte di Brooklyn. Al suo risveglio Mitchell scopre di avere acquistato il singolare potere di comunicare con qualunque congegno, meccanico o elettronico che sia. Cresciuto, come si suol dire, a pane e fumetti decide di diventare il primo (ed unico) super-eroe del mondo. Dopo una serie di exploit, durante uno dei quali salva addirittura una delle Torri durante gli attacchi dell'undici settembre, si rende conto della futilità del suo operato e decide di dover operare su più larga scala, abbandonando quindi la sua carriera superoistica per dedicarsi alla politica e candidandosi alla carica di Sindaco di New York.
La serie è appunto una cronaca del suo primo e unico mandato come sindaco della grande mela, di come il suo passato da super-eroe lo perseguiti e del tragico modo in cui alla fine lo raggiunge.
Muovendosi costantemente tra le scelte politiche del sindaco Hundered e le imprese de La Grande Macchina, queste ultime piuttosto che ricordi di giorni felici appaiono come uno spettro che aleggia sul futuro dei protagonisti, soprattutto per via del mistero che circonda l'origine e la reale natura dei poteri di Mitchell.
Risolvendo questo mistero solo parzialmente sul finire della serie, Vaughan crea volutamente più domande che risposte.
Con il suo finale amaro, l'ombra di una possibile invasione e i pesanti dubbi sulla moralità del suo protagonista principale, Ex Machina è una lucida riflessione sulla morte degli ideali e sui compromessi che si è costretti ad accettare per raggiungere i propri scopi.
Non male per un prodotto che dovrebbe essere solo intrattenimento di basso livello...


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